Archive for settembre 2007

Mondiali #5 – Campioni del Mondo! Campioni del Mondo!

30 settembre, 2007

Alla fine abbiamo vinto. In realtà non avevo pronosticato la vittoria di Bettini in particolare. Mi ero limitato ad affermare, semplicemente, che siamo la squadra più forte e che il nostro movimento ciclistico non ha rivali. Si è visto ieri nella gara pro femminile.
Si è constatato, come un dato di fatto, oggi nella splendida gara pro maschile.
Abbiamo visto una corsa con una nazionale di netto più forte di tutte le altre (l’Italia), e alcune composte da buoni corridori con qualche bel campione, ma nulla più. Basti pensare che i nostri hanno acceso tutte le micce. Eravamo presenti nella prima fuga (40 corridori), nella seconda (25), in ogni tentativo successivo con Cunego e Ballan. Abbiamo costantemente tirato il gruppo con un Bertolini superlativo.Nel momento più difficile (il ritiro di Bruseghin) invece di perderci d’animo abbiamo ‘menato come dei fabbri’. Abbiamo attaccato alla fine con un fuoriclasse di cui in giro non si vede un erede (Rebellin) e alla fine il Grillo ha piazzato la stoccata in uno sprint che obiettivamente non aveva storia. Bravi tutti per diversi motivi:

  • Avevamo come obiettivo quello di ‘fare corsa dura’ per staccare Freire, e lo abbiamo raggiunto;
  • Volevamo sfiancare le altre squadre per poter gestire il finale come ci pareva, risultato: nel gruppo che contava eravamo 3 su 14.
  • Volevamo mettere Bettini in condizione di fare ciò che voleva all’ultimo giro, e così è stato.
  • Noi tifosi volevamo vedere spettacolo e gioco di squadra, ed è andata proprio così.

Le ragioni:

  • Le convocazioni perfette. La correzione, sofferta, di Di Luca con Tosatto ha, probabilmente, giovato ancora di più alla nostra causa.
  • L’incazzatura di Bettini con l’UCI. Aveva più di una ragione il Grillo per mettercela tutta. Già vince di potenza quando è sereno, figuriamoci quando è minimamente adombrato.
  • La classe e lo spirito di sacrificio di alcuni splendidi atleti. Rebellin e Ballan potevano giocare le proprie carte in un’altra maniera. Specie il primo, che difficilmente avrà altre occasioni per puntare al risultato pieno. Invece hanno contribuito alla causa azzurra in maniera attenta e responsabile.

Le Pagelle dei nostri:

  • Alessandro Ballan: 7.5/10: Si inserisce nelle fughe giuste, forza l’andatura nei momenti adatti. È uno dei corridori più ‘internazionali’ che abbiamo. La sola sua presenza, in alcuni frangenti, ha giovato alla causa azzurra.
  • Alessandro Bertolini: 9/10: Cento Polmoni. Ha tirato in lungo ed in largo per tutta la gara. Si è inserito nelle fughe giuste. Primo mondiale a 37 anni. È anche trentino…(sono campanilista)
  • Paolo Bettini: 10 e lode: Vincitore contro tutti. A parte la gioia per il bis (il BIS!!!!) mondiale, bisogna rimarcare la sua straordinaria maturità ciclistica. Ho ancora davanti agli occhi i cento scatti di Madrid. Qui si risparmia e piazza un paio di botte che sfiancano tutti, dopo essere stato al coperto (a scherzare con Valverde) per quasi tutta la gara.
  • Marzio Bruseghin: 7.5/10: Gregari come lui sono l’anima di questo sport. Nella prima parte della gara sempre davanti a tenere l’andatura, a rimanere calmo e tranquillo in ogni situazione particolarmente spinosa.
  • Damiano Cunego: 7/10: Buon ritorno in una corsa che conta per il principino. Si infila nelle fughe buone, tiene anche benino gli strappi. Si affloscia nel finale, ma ha lavorato tanto.
  • Filippo Pozzato: 7/10: Ha il merito di creare insieme a Bettini e Rebellin la superiorità numerica nel finale. Si spegne sull’ultimo strappo, ma era quasi arrivato in fondo.
  • Davide Rebellin: 10/10: Il mondiale è anche suo. Proprio come quello dell’anno scorso. Parte al penultimo giro e, quando comincia a guadagnare, cominciano a preoccuparsi tutti nel gruppo. Assiste Bettini fino a quando il Grillo non parte con il suo assolo. Certe cose le possono fare solo i fuoriclasse.
  • Andrea Tonti 7,5/10: doveva ‘fare corsa dura’ e corsa dura ha fatto. Grintose le sue trenate sugli strappi più duri. Diligente quando riceve una pacca dal Capitano e parte, ancora agli inizi.
  • Matteo Tosatto 7,5/10: convocato in extremis, si rivela utilissimo nel suo lavoro di gregario. Formidabile nella trenata mentre si ritirava Bruse, ha messo subito in chiaro che perso un gregario ce n’era un altro altrettanto valido.

Gli Altri:

  • Kolobnev 9/10: E chi se lo immaginava a questi livelli. Si accoda a Rebellin (a Rebellin!!) e non lo molla nell’azione che ha deciso il mondiale degli azzurri. Poi ha la forza di restare attaccato al treno buono, e disputa anche una ottima volata. Medaglia meritata.
  • Schumacher 8,5/10: Buona la prova del tedesco. Si fa vedere nel gruppo, sembra per tutta la gara estremamente tranquillo. Arriva al traguardo stremato dalle accelerazioni del Grillo.
  • Frank Schleck 8,5/10: Se non avesse vinto Bettini, mi sarebbe piaciuto vedere lui a braccia alzate. Conduce una gara perfetta: attendista prima, nel finale tenta un paio di accelerazioni stile Amstel Gold Race, alla fine però fuori dal podio.
  • Evans 8,5/10: Sul podio al Tour, quarto alla Vuelta, ottimo al mondiale. Un corridore sempre più completo. La mancanza di spunto lo penalizza. Salva la spedizione australiana.
  • Boogerd 8/10: Uno dei migliori corridori in circolazione che chiude una buona carriera. Si butta nella mischia all’ultimo giro, e per un po’ sembra poter prendere parte alle danze. Poi perde l’attimo, ma ha comunque fatto il suo e giustificato le trenate continue dell’Olanda.
  • T.Dekker 6.5/10: Alla fine c’era, ma anche stavolta (come alla Liegi) non ha colto l’attimo giusto. Fuoriclasse in erba, deve maturare soprattutto nella lettura della gara.
  • Valverde 6/10: Lavora da gregario. Non avrebbe potuto vincere, a mio avviso,e disputa uno dei mondiali più anonimi della sua carriera.
  • Freire 4/10: A forza di nascondersi è sparito tutto ad un tratto. Un po’per demeriti suoi, un po’ per la grandezza della nazionale italiana.
  • Sanchez 5/10: L’unico spagnolo a infilarsi nel treno buono, salvo poi rovinare tutto correndo in maniera scriteriata. Una delusione, ma potrà rifarsi alle classiche autunnali (forse).
  • Cancellara 4/10: Troppa selezione negli strappi. Non è il suo percorso, potrà diventarlo tra qualche anno.

Il CT Ballerini 10/10: I due mondiali di Bettini sono anche merito suo. Quest’anno in particolare, ha capito che il percorso, nervoso e tecnico, era terreno per fuoriclasse e non per buoni corridori.

Mondiali #4 – Il durante e altro…

30 settembre, 2007

Mentre si sta svolgendo la gara pro’:

Sopravvoliamo sulle ASSURDE E INSENSATE vicende che hanno impedito al vincitore del giro d’Italia di partecipare alla rassegna iridata (toh, che strano, un vincitore di GT al quale si mettono i bastoni tra le ruote).

– Tantissimi complimenti alla neocampionessa Marta Bastianelli. Grandiosa la squadra delle azzurre. Hanno dimostrato cosa significa ‘fare corsa dura’. Le trenate micidiali (Tamanini, Bronzini, Baccaille), gli attacchi che miravano a fiaccare il gruppo (immensa Guderzo, eroica Cantele) hanno preparato il background per una bella sparata come quella della Larianese. Ottimo il commento di Bulbarelli (al futuro un post sui telecronisti RAI): chi è stato a ruota ha fatto bene. Come dire: sembra sempre più il mondiale di Freire.

– Spero proprio di vedere una sparata di Ballan. Forza Alessandro!!!

Mondiali #3 – Italbici

26 settembre, 2007

L’Italia è nettamente la nazione più forte per quanto concerne il ciclismo su strada. Basti pensare che ogni anno i nostri fanno incetta di classiche, tappe ai grandi giri, e qualche volta anche classifiche generali (specie al Giro). Quest’anno la nostra squadra annovera dei talenti purissimi e poliedrici. Insomma: siamo i superfavoriti. Come l’anno scorso, come due anni fa e così via. Il fatto che non vinciamo sempre noi, è un indice di come il ciclismo sia uno sport imprevedibile. Tanto più che l’anno scorso abbiamo vinto con Bettini grazie ad una astuta tattica da parte degli spagnoli…Ecco i nostri, in rigoroso ordine alfabetico.

  • Alessandro Ballan: È un talento fulgido, spettacolare. Potente, aggressivo, in grado di uscire dal gruppo con veemenza quando vuole. A mio avviso deve essere il capitano insieme a Bettini. Ho ancora negli occhi le due perle che ci ha offerto quest’anno: il Fiandre (probabilmente la classica più complicata) e Amburgo. Quest’ultima scattando in faccia ad una serie di campioni del calibro di Freire, Zabel, Pozzato, all’ultimo km, lasciando basiti tutti quanti. Sarebbe un campione del mondo splendido, a mio avviso, in qualsiasi maniera dovesse conquistare la maglia.
  • Alessandro Bertolini: Maturazione tardiva, come dicono quelli bravi. Vittorie a raffica per lui e per la sua squadra, quest’estate, che gli hanno consegnato la qualificazione. A Stoccarda probabilmente verrà impiegato come uomo di fatica, soprattutto nelle fasi iniziali della gara. La sua presenza in una fuga a metà corsa potrebbe essere interessante, soprattutto per permettere ai nostri di stare calmi (ricordate la fuga tattica di Moreni alle olimpiadi di Atene?)
  • Paolo Bettini: Il più grande corridore italiano degli ultimi tempi. Dimostra di essere a suo agio su qualsiasi terreno: salite brevi, strappi, discese. Dove la strada è un attimo mossa, il Grillo è in grado di fare la differenza. Ultimamente si butta anche nelle volate di gruppo, dove può dire la sua. Ma il suo momento arriverà a pochi km dal traguardo, magari in un tratto un po’ più impegnativo. Piazzerà uno scatto, e lo segua chi può. Paradossalmente il suo limite più grande è quello di avere vinto lo scorso anno, e la statistica ci suggerisce che sono stati in pochi a ripetersi (Bugno, ad esempio).
  • Marzio Bruseghin: Vorrei anche io descriverlo, come fanno tutti, come ‘instancabile faticatore, bla bla, gregario’ e la solita sbrodolata che fa tanto ciclismo d’altri tempi. Il fatto è che Bruseghin è innanzitutto un grande corridore. Che poi il suo ruolo sia quello di gregario, è un altro discorso. Questo ciclista è in grado di tirare per km e km, e sa stare benissimo nell’avanguardia del gruppo. Legge i momenti chiave della corsa e organizza i ricongiungimenti o i ‘buchi’. Oltre ai garretti, aggiunge anche, quindi, esperienza e sagacia tattica che lo rendono indispensabile alla squadra.
  • Damiano Cunego: Il principino rappresenta la convocazione più discussa di questa tornata mondiale. Effettivamente quest’anno si è visto poco. Al giro, attesissimo, ha fatto benino, ma non benissimo. Quello che è certo è che in pochissime occasioni (Giro di Germania?) ha mostrato il lato più splendente del suo talento: lo scatto, la leggerezza sui pedali, la freschezza nel condurre la gara. Il famoso “Cunego del 2004” questo percorso se lo sarebbe mangiato (come fece a Verona, con un discreto 9 posto). Il Cunego del 2007 potrà essere comunque una variabile impazzita. Se si inserirà in una fuga a ridosso del traguardo, farà comunque sia paura a parecchi.
  • Danilo Di Luca: Grandissima annata fino ad ora: Giro e Classica Monumento (la più difficile, tra l’altro) vinta davanti ad una serie di campioni. Da queste premesse dovrebbe essere capitano unico e favorito d’obbligo. Invece sembra destinato ad un ruolo meno importante rispetto a Bettini, ma anche rispetto allo stesso Pozzato. Vedremo in che condizione arriva a Stoccarda. Se sta bene può ambire tranquillamente alla maglia iridata.
  • Vincenzo Nibali: Anche qui i soliti dicono “la speranza per il ciclismo italiano bla bla bla”. Nibali è già un ottimo corridore, che quest’anno si è dimostrato gregario raffinato per Di Luca al Giro, ad esempio. E ha il diritto di giocarsi le sue carte nella rassegna iridata. Magari inserendosi in una fuga intermedia. Da tenere d’occhio anche per la crono dove può ambire alla top 10.
  • Filippo Pozzato: Ha classe da vendere, e centellina i suoi obiettivi, rendendosi così bersaglio delle critiche, che lo accusano di snobbare diverse occasioni di vittoria. Lui non si scompone mai (dovesse spettinarsi…) e riesce a volte a mettere tutti a tacere con la vittoria (abbiamo tutti in mente la splendida tappa di quest’anno al Tour de France). Non lo vedo protagonista, anche se la sua sola presenza è in grado di intimorire una buona parte del gruppo. Attendo smentite dalla strada.
  • Davide Rebellin: Chi ha detto “Regista in corsa”? D’accordo: Rebellin non è un ragazzino, e il suo ruolo sarà forse più oscuro che di prima donna. Ma le sue chanche ha diritto di giocarsele. Magari con un tentativo ai meno 5, come l’anno scorso. Deve provare a vincere. È uno dei corridori più titolati in gruppo.
  • Andrea Tonti: Gran gregario e gran corridore. Fortissimo in salita, sarà indispensabile nei frangenti iniziali per “fare corsa dura”, imperativo che sembra passare di bocca in bocca come se fosse una cosa così. Per rendere una corsa impegnativa ci deve essere qualcuno che si rimbocca le maniche e tiene alto il ritmo. Lui col Bruse saranno utilissimi per lo scopo.
  • Giovanni Visconti: Candidato al posto di riserva, il campione italiano se sarà della gara potrà dire la sua in diversi momenti. All’inizio da gregario, a metà gara in una fuga, o negli ultimi km scattando.
  • CT Franco Ballerini: La sua nazionale è difficilmente perfettibile. La stessa polemica per non aver convocato Bennati, è stata fatta più per dovere che per reali convinzioni. Forse un uomo di fatica alla Bertagnolli al posto di Cunego poteva essere portato (non dimentichiamo che Leo ha vinto a San Sebastian, e non dimentichiamo che è il mio corridore preferito…). La mia preoccupazione è che il “tutti per Bettini” quest’anno sia più complicato da attuare, poichè ci sono più prime donne rispetto all’anno scorso. Inoltre Bettini ha già vinto dopo diversi mondiali dove si correva al suo servizio. Insomma: agli ultimi km vedremo se prevarrà lo spirito di squadra o l’iniziativa del singolo, in un tira e molla che è, a mio avviso, il sale stesso di questo bellissimo sport.

Mondiali #2 – I favoriti

25 settembre, 2007

Una lista dei favoriti di solito ha un solo scopo: quello di poter dire, dopo l’evento, “l’avevo detto,io!”. Conosco persone che hanno portato questo ragionamento all’estremo, ed arrivano ad urlare “Gol!” anche 10 secondi prima che finisca l’azione.

Ma bando alle ciance: molte nazioni hanno un candidato alla vittoria. I protagonisti sono presi da cyclingstartlist.com (immancabile nei segnalibri degli appassionati, insieme ad altri che posterò in futuro). Quelli che ritengo probabili vincitori sono evidenziati. Poi non mi si venga a dire che ‘non lo avevo detto’.

  • Australia: Rogers ed Evans grandi protagonisti al Tour, McGee ottimo corridore, Davis può giocarsi le sue carte allo sprint. Il forfait di McEwen non li favorisce. Potrebbero giocarsi la carta McGee in una fuga ad un paio di giri dalla fine, smettere di lavorare e a gruppo ricucito lanciare lo sprint a Davis.
  • Belgio: Senza Tom Boonen paradossalmente potrebbe diventare una delle squadre alleate degli azzurri. Con il folletto Gilbert, l’ottimo Stijn Devolder(uno dei pochi ad essere competitivo nelle classiche tipo fiandre e Roubaix,e a tenere qualche giorno in classifica nelle grandi corse a tappe). Buoni segnali da parte di Van Summeren e Van Goolen.
  • Francia: Veri e propri favoriti non ne ha. Voeckler ha dimostrato di essere un buon corridore (il Moreni d’oltralpe?), ma difficilmente ascolteremo la Marsigliese al termine della gara.
  • Olanda: Boogerd sostanzialmente si congeda dal mondo del professionismo con questa gara. Vedremo cosa tirerà fuori. Thomas Dekker, se riesce a cogliere l’attimo, è un cliente molto molto scomodo (qualcuno ricorda la Liegi di quest’anno?). In generale squadra pericolosa anche se non c’è il ‘favoritissimo’.
  • Lussemburgo: Incredibilmente carica di ottimi corridori, questa squadra. Kim Kirchen, reduce da uno splendido Tour de France, e gli agguerritissimi fratelli Schleck. Non mi stupirei nel vedere Frank tra i primi tre. Classe, intelligenza e già qualche bella vittoria nel carniere a mio avviso rendono il maggiore tra i fratelli un possibile protagonista.
  • Russia: Escono bene dalla Vuelta Menchov ed Efimkin. Karpets torna sempre buono per la crono. Proveranno ad inventarsi qualcosa negli ultimi giri.
  • Corridori Americani: Negli Usa abbiamo un Hincapie che per coronare la sua ottima carriera cerca un traguardo prestigioso. Secondo me il mondiale non è nelle sue corde, per quanto potrebbe comunque dare fastidio in virtù delle sue capacità in salita e sul passo. Zabriskie si candida a medaglia per la crono. Buona Colombia, con i cugini Ardila, Laverde, e Serpa che prima o poi un botto lo deve fare. Fischer, per il Brasile, potrebbe aver ritrovato una condizione adeguata.
  • Resto d’Europa (Est): Niemec, Stangelj, Valjavec, Popovych, Pidgorny, Grabovsky,Grivko, Siutsov: qualche nome per le fughe, e magari da inserire nei primi 10. Popovych potrebbe magari tirare fuori la sua classe ormai nascosta e tentare qualcosa.
  • Altri: Cancellara (Svizzera), dopo il tour corso da protagonista, può infiammare la corsa in qualsiasi momento. È un corridore spettacolare da guardare, per classe e potenza espressa. Senz’altro uno dei protagonisti. Hushovd (Norvegia), è in grado di vincere in volata.La sua squadra (che comprende anche Arvesen), difficilmente lo potrà aiutare come si deve. Qualcosa tenterà. Hunter (Sud Africa) sarebbe la sorpresa assoluta allo sprint.

Ed ora il filotto delle favorite:

  • Germania: Hanno uno dei principali candidati alla vittoria: quello Stefan Schumacher che impressionò tutti quanti al giro 2006, confermandosi poi quest’anno all’Amstel Gold Race. Il percorso gli si addice. Potrebbe essere lui a tagliare il traguardo a braccia alzate. Se fugge a meno di 5 km dal traguardo sarà molto difficile riprenderlo. In più hanno dalla loro Voigt (lo lascereste andare, voi, magari ai meno 30?), il grandissimo Zabel, Ciolek suo erede, Fothen,il lottatore Wegmann (già maglia verde al giro 2004, da cineteca le sue smorfie al Lombardia 2006 per tenere testa al tristemente scatenato Bettini). Insomma: a mio avviso un tedesco sarà sul podio.
  • Spagna: Con o senza Valverde, sono comunque la squadra più pericolosa per Italbici. Oltre ad avere un CT abilissimo (Antequera: per informazioni rivolgersi a Bettini. Senza la trovata del ‘buco’ nel 2006 il Grillo difficilmente avrebbe vinto), hanno un impianto di squadra secondo solo all’Italia. Flecha, che ama sentire il vento in faccia, può essere inserito in una fuga anche all’inizio, per sonnecchiare fino alle fasi calde. Sanchez è probabilmente l’uomo del momento, dopo la strepitosa Vuelta, potrà fare molto molto bene. Specie se saprà sfruttare le sue abilità di funambolo della bicicletta. Già così sarebbe una formazione molto agguerrita. Ma il valore aggiunto è il favorito d’obbligo: Oscarito Freire. Classe pura e fantasia da vendere. Potrà vincere in diverse maniere. Il mondiale è la corsa che preferisce (ne ha già vinti tre), potrebbe entrare dritto nella storia vincendo anche quest’altro. È l’incubo di Ballerini, e degli appassionati di ciclismo italiani, da diverse notti.
  • Italia: Al futuro un post con il commento sulle convocazioni e su quale italiano può ambire alla vittoria.

Mondiali #1 – storia recentissima

24 settembre, 2007

Mancano ormai pochi giorni al tradizionale evento di inizio autunno, che l’anno scorso ci ha regalato una grande emozione e soddisfazione.

Il Mondiale di ciclismo è una corsa difficilissima, che racchiude in se una serie di insidie e di difficoltà.

Per prima cosa è una sola corsa l’anno. La squadra nazionale, ambitissima, non ha occasioni per affiatarsi o per imparare a lavorare insieme. Non di rado è capitato che saltassero schemi per colpa di disguidi, rivalità et similia.

Inoltre vi partecipano tutti (o quasi…) i ciclisti più forti e più adatti al percorso, che difficilmente rimangono tranquilli fino al termine. Così gli ultimi km di gara sono di solito un susseguirsi spettacolare di scatti e controscatti, con una guerra tra le nazionali che difendono gli atleti forti in volata, e quelle che invece hanno gli scattisti ‘finisseur’.

Seguo il ciclismo dal 2003. Di più: il mondiale 2003 è stata la prima manifestazione sportiva che ho vissuto da tifoso.

  • Quando è scattato Astarloa, a dire la verità solo un onesto mestierante della pedalata, ho sentito una stretta al cuore e subito dopo una grossa delusione: per quell’anno la maglia iridata non sarebbe stata nostra. Onore alla medaglia di Van Petegem
  • Nel 2004 tutti si aspettavano corsa dura, addirittura il fenomeno dell’epoca Cunego (fresco vincitore del Giro d’Italia) veniva dato tra i possibili vincitori (a dire la verità si comportò egregiamente). Noi di Italbici rimanemmo spiazzati dal forfait di Bettini, che ebbe un mezzo infortunio e ci lasciò spaesati per almeno un paio di giri.
  • Nel 2005 non vincemmo noi, bensì uno dei miei idoli, Tom Boonen. Alto, biondo, bello, primo al mondo nel primo sport della sua nazione, già vincitore di Fiandre e Roubaix. Fui contento.
  • Nel 2006 la nazionale italiana fu perfetta, ma il percorso non era d’aiuto. Molto poco selettivo, venne reso bello duro dai nostri (chi ricorda le splendide trenate del grandissimo Ballan? o lo scatto a meno di 5 km dal traguardo di Rebellin?). Riuscimmo a strappare la vittoria solo grazie all’abilità degli spagnoli nel creare un ‘buco’ nel quale si infilò il Grillo, che poi al traguardo passò il sempiterno campione Erik Zabel.

Al futuro i miei favoriti e due parole sui convocati.

Premessa seconda (a mo’ di scusa): Sonic Youth – Evol

24 settembre, 2007

È questo l’inizio di una esperienza lunga e ricca di contenuti? Solo il tempo potrà dirlo. Come primo post (la premessa facciamo che era lo 0-esimo) inserisco quella che ritengo da un po’ di tempo la migliore recensione di un disco che abbia mai scritto. Probabilmente la grandezza dell’opera mi ha aiutato:
Sonic Youth – Evol

Nello scrivere recensioni di qualsivoglia opera generata da menti umane più o meno geniali, si possono scegliere due vie. La prima: oggettiva. Tratteggiare il contesto storico, ricostruire la carriera dell’artista, inserire l’opera in questo quadro e far emergere pregi, difetti e meriti storici.
La seconda: emotiva. Descrivere il susseguirsi delle immagini che il fluire della musica suscita, seguendo l’ipotesi per la quale è ragionevole che anche altri provino le stesse sensazioni, venendo da un background in prima approssimazione abbastanza simile.
In questa sede si è scelta una combinazione di questi due approcci, poichè probabilmente “Evol” rappresenta il disco preferito del sottoscritto. Quello che porterei su un’isola deserta (anche se forse in uno scenario tropicale sarebbe difficile ascoltare gli arzigogoli metropolitani di quest’Opera…), tentando di spegnere una improbabile luce elettrica e rimanere in una altrettanto improbabile camera illuminato solo dai riflessi di un crepuscolo cittadino inesistente che entra dalle tapparelle abbassate.

Perchè Evol sembra essere proprio questo: un frullato di sensazioni, rumori, atmosfere e situazioni emergenti da scenari notturni cittadini. Potrebbe scaturire diretto dal colloquio con qualche clochard abbandonato sugli immancabili, soffocanti mattoncini georgiani di Dublino Nord. Potrebbe essere semplicemente la descrizione dello scenario che ci si presenta camminando lungo gli sterminati viali di Berlino Est, affacciati sui viadotti che sporgono su residui ferroviari di chissà quale epoca e chissà quale propaganda. Potrebbero raggiungerci echi delle chitarre stralunate di Ranaldo mentre tentiamo di destreggiarci tra i pilastri dello scalo di San Lorenzo, tra le ferraglie dei tram e le scritte sui muri.

Ma innanzitutto Evol è una discesa negli inferi del proprio animo. Per questo va ascoltato nella propria camera. E se non la si ha bisogna crearsene una, e abbandonarsi all’ascolto.
Si parte con le chitarre stonate di “Tom violence”. Affresco scuro con aperture quasi improvvise su scenari terrificanti. La voce calma e disillusa di Moore declama una nenia accorata che descrive sogni di violenze. La sezione ritmica è tribale, ma lenta. Quasi una cerimonia sacrale dove la voce prima guida e poi si lascia guidare dal rumore. Elemento sempre, magistralmente, presente nella musica del quartetto, in questo pezzo e in tutto il disco il rumore produce l’effetto di mantenere una tensione di fondo sempre alta, sempre angosciante.
Una delle migliori performance della carriera di Kim Gordon alla voce è la sensuale “shadow of a doubt”. Il tintinnio delle chitarre sembra provenire da un carillon trovato in una discarica. Qui si spengono tutte le luci, e il sussurro della diva ci arriva all’orecchio un po’ stridulo, e affaticato. Salvo poi tramutarsi in grido soffocato e rauco nel ritornello, gridato come dal ciglio di una scarpata.
Star Power con il suo riff minaccioso foriero di oscuri presagi è una sequenza di passaggi dominati prima dalle parole declamate a mo’ di editto da Kim Gordon, per poi precipitare in un bagno mefitico di corde tirate e grattate. E alla fine Kim si ributta sulle liriche a sormontare la marcia funebre intrapresa dalla musica, che termina con una serie staccata di accordi terribili.
È nel brano “in the kingdom #19” che viene fuori l’anima più metropolitana del combo. Moore deve avere bene in mente la lezione dei poeti beat mentre snocciola un rosario di situazioni, stando bene attento ad accentuare le più apocalittiche (smoke, and flames). Ranaldo invece, cresciuto a pane e Velvet Underground si limita ad assemblare pezzi di accordi, rumori, che si fondono a sequenze più “concrete” e sovente si bloccano per far entrare brani più razionali (nei limiti del possibile). Il balbettio scomposto e ironico di Moore chiude scemando questo filmato “real tv” di una scorribanda per viali deserti circondati da grattacieli.
Green Light parte con una sequenza di note che ricorda un allarme. Chiama a raccolta i fedeli. La musica è un continuo sovrapporsi di suoni marziali ma vellutati. Una oscurità descritta nei minimi particolari. E Moore svogliato ma “profetico” declama e poi lascia spazio agli strumenti che sembrano all’inizio rincorrersi, ma che poi si accavallano e si mescolano alla rinfusa, per risepararsi alla fine in uno scampanio dell’era industriale
Death to our friends, a metà dell’opera, è uno spartiacque cruciale. Introduce alla sequenza finale del disco. Parte come la più classica delle canzoni rock (batti 4 e via), e sembra avere anche uno straccio di riff. Si impenna epica, e la logica desidererebbe un canto smaliziato a completare il capolavoro. Ma invece prosegue, nel salire sempre più su con la tensione. Sequenze musicali che sembrano da un momento all’altro voler sfociare in qualcosa, ma che non portano a nulla. E ci accorgiamo che invece di salire stiamo precipitando in un gorgo, sempre più giù. Nella presa di coscienza anche la batteria si fa più presente, e la sequenza sempre più ossessiva. Potrebbe non finire mai, ma si chiude con un armonico che può significare di tutto.
Fin qui la prima parte. Una summa dei primi anni della carriera dei Sonic Youth. Sperimentazione controllata, immagini oscure e suoni sconnessi. Abbiamo passato in rassegna praticamente tutti i motivi che troviamo nella musica prodotta prima di Evol dal quartetto. Che si candida a diretto erede dei Velvet Underground, riprendendo gli scenari di 15 anni prima e descrivendone la degenerazione.
Il filotto che chiude il disco è leggendario. Vede come prima protagonista Kim Gordon, che canta affannata su un miscuglio di suoni che sembrano uscire da una lavatrice (chi ha orecchi per intendere, intenda). Dopo una lunga introduzione fatta di cinguettii meccanici e rimbombi da porticato, un pianoforte maltrattato emette una melodia da film dell’orrore, sulla quale la Miss declama una specie di filastrocca da bambina introversa. Sembra prenderci per mano e condurci alla visione che abbiamo in “Marilyn Moore”, uno dei picchi emotivi di tutta la carriera del gruppo. La scena è di un uomo steso sul pavimento che urla e si contorce. I suoi dolori ce li descrive la chitarra: strozzata, grattata, malmenata dalla follia di Ranaldo, che produce suoni ora stralunati ora distorti, in una perfetta rappresentazione del flusso di coscienza di un uomo in preda a deliri e convulsioni, alternando momenti di leggeri miglioramenti al riacutizzarsi del dolore. La conclusione è tutta per le parole rassegnate di Moore.
Il disco si chiude, si fa per dire, con l’inno “Madonna, Sean Penn and me”, che è un po’ un indice analitico di tutto ciò che è stato detto fin’ora. Parte epico, con la schitarrata e la batteria. Addirittura un canto maestoso, melodia. Dove vogliamo arrivare? Da nessuna parte, come sempre: basta che andiamo ad analizzare ciò che dice Thurston “We’re gonna kill California Girls”, quasi a voler distruggere gli ultimi ritagli di flower power. E si prosegue, in uno spettacolare crescendo, con Lee Ranaldo che mostra segni di insofferenza a dover fare il chitarrista “normale”, e ogni tanto si lascia scappare qualche rumore di troppo. L’impennata (secondo, tra l’altro, i più classici dettami della psichedelia) avviene di lì a poco. Nel bel mezzo della frase chiave del brano (Expressway to your skull) c’è un silenzio, nel quale sembra disporsi un plotone di esecuzione. Che attacca, eccome se attacca. E lo fa alla maniera che ci è stata illustrata fino ad ora. Sezione ritmica in basso, ossessiva, e Ranaldo che, finalmente libero, sembra voler fare tutto ciò che non si deve con il suo strumento. Un inferno sonoro, un tornado di rumori e dolori, per poi riacquietarsi. E tramutarsi in un blob che avanza dirandandosi, ma infettando comunque l’atmosfera. Un gas che stordisce. E noi pronti lì a inalarlo perchè preferiamo non guardare ciò che ci sta crollando intorno. Stordimento, oscurità, ed un crepuscolo che sembra non finire mai. Ascoltiamo i Sonic Youth perchè abbiamo paura del silenzio. Nella nostra camera, il tramonto di tutte le nostre certezze entra sornione tra le aperture delle tapparelle e ci lascia addosso un definitivo senso di vuoto e incoscienza.

Premessa

24 settembre, 2007

Ci sono innumerevoli ragioni per iniziare a pubblicare le cose che si hanno da dire. In generale sono ragioni inconsistenti. Il mio motivo è che oggi sono stato bocciato ad un esame.