Premessa seconda (a mo’ di scusa): Sonic Youth – Evol

È questo l’inizio di una esperienza lunga e ricca di contenuti? Solo il tempo potrà dirlo. Come primo post (la premessa facciamo che era lo 0-esimo) inserisco quella che ritengo da un po’ di tempo la migliore recensione di un disco che abbia mai scritto. Probabilmente la grandezza dell’opera mi ha aiutato:
Sonic Youth – Evol

Nello scrivere recensioni di qualsivoglia opera generata da menti umane più o meno geniali, si possono scegliere due vie. La prima: oggettiva. Tratteggiare il contesto storico, ricostruire la carriera dell’artista, inserire l’opera in questo quadro e far emergere pregi, difetti e meriti storici.
La seconda: emotiva. Descrivere il susseguirsi delle immagini che il fluire della musica suscita, seguendo l’ipotesi per la quale è ragionevole che anche altri provino le stesse sensazioni, venendo da un background in prima approssimazione abbastanza simile.
In questa sede si è scelta una combinazione di questi due approcci, poichè probabilmente “Evol” rappresenta il disco preferito del sottoscritto. Quello che porterei su un’isola deserta (anche se forse in uno scenario tropicale sarebbe difficile ascoltare gli arzigogoli metropolitani di quest’Opera…), tentando di spegnere una improbabile luce elettrica e rimanere in una altrettanto improbabile camera illuminato solo dai riflessi di un crepuscolo cittadino inesistente che entra dalle tapparelle abbassate.

Perchè Evol sembra essere proprio questo: un frullato di sensazioni, rumori, atmosfere e situazioni emergenti da scenari notturni cittadini. Potrebbe scaturire diretto dal colloquio con qualche clochard abbandonato sugli immancabili, soffocanti mattoncini georgiani di Dublino Nord. Potrebbe essere semplicemente la descrizione dello scenario che ci si presenta camminando lungo gli sterminati viali di Berlino Est, affacciati sui viadotti che sporgono su residui ferroviari di chissà quale epoca e chissà quale propaganda. Potrebbero raggiungerci echi delle chitarre stralunate di Ranaldo mentre tentiamo di destreggiarci tra i pilastri dello scalo di San Lorenzo, tra le ferraglie dei tram e le scritte sui muri.

Ma innanzitutto Evol è una discesa negli inferi del proprio animo. Per questo va ascoltato nella propria camera. E se non la si ha bisogna crearsene una, e abbandonarsi all’ascolto.
Si parte con le chitarre stonate di “Tom violence”. Affresco scuro con aperture quasi improvvise su scenari terrificanti. La voce calma e disillusa di Moore declama una nenia accorata che descrive sogni di violenze. La sezione ritmica è tribale, ma lenta. Quasi una cerimonia sacrale dove la voce prima guida e poi si lascia guidare dal rumore. Elemento sempre, magistralmente, presente nella musica del quartetto, in questo pezzo e in tutto il disco il rumore produce l’effetto di mantenere una tensione di fondo sempre alta, sempre angosciante.
Una delle migliori performance della carriera di Kim Gordon alla voce è la sensuale “shadow of a doubt”. Il tintinnio delle chitarre sembra provenire da un carillon trovato in una discarica. Qui si spengono tutte le luci, e il sussurro della diva ci arriva all’orecchio un po’ stridulo, e affaticato. Salvo poi tramutarsi in grido soffocato e rauco nel ritornello, gridato come dal ciglio di una scarpata.
Star Power con il suo riff minaccioso foriero di oscuri presagi è una sequenza di passaggi dominati prima dalle parole declamate a mo’ di editto da Kim Gordon, per poi precipitare in un bagno mefitico di corde tirate e grattate. E alla fine Kim si ributta sulle liriche a sormontare la marcia funebre intrapresa dalla musica, che termina con una serie staccata di accordi terribili.
È nel brano “in the kingdom #19” che viene fuori l’anima più metropolitana del combo. Moore deve avere bene in mente la lezione dei poeti beat mentre snocciola un rosario di situazioni, stando bene attento ad accentuare le più apocalittiche (smoke, and flames). Ranaldo invece, cresciuto a pane e Velvet Underground si limita ad assemblare pezzi di accordi, rumori, che si fondono a sequenze più “concrete” e sovente si bloccano per far entrare brani più razionali (nei limiti del possibile). Il balbettio scomposto e ironico di Moore chiude scemando questo filmato “real tv” di una scorribanda per viali deserti circondati da grattacieli.
Green Light parte con una sequenza di note che ricorda un allarme. Chiama a raccolta i fedeli. La musica è un continuo sovrapporsi di suoni marziali ma vellutati. Una oscurità descritta nei minimi particolari. E Moore svogliato ma “profetico” declama e poi lascia spazio agli strumenti che sembrano all’inizio rincorrersi, ma che poi si accavallano e si mescolano alla rinfusa, per risepararsi alla fine in uno scampanio dell’era industriale
Death to our friends, a metà dell’opera, è uno spartiacque cruciale. Introduce alla sequenza finale del disco. Parte come la più classica delle canzoni rock (batti 4 e via), e sembra avere anche uno straccio di riff. Si impenna epica, e la logica desidererebbe un canto smaliziato a completare il capolavoro. Ma invece prosegue, nel salire sempre più su con la tensione. Sequenze musicali che sembrano da un momento all’altro voler sfociare in qualcosa, ma che non portano a nulla. E ci accorgiamo che invece di salire stiamo precipitando in un gorgo, sempre più giù. Nella presa di coscienza anche la batteria si fa più presente, e la sequenza sempre più ossessiva. Potrebbe non finire mai, ma si chiude con un armonico che può significare di tutto.
Fin qui la prima parte. Una summa dei primi anni della carriera dei Sonic Youth. Sperimentazione controllata, immagini oscure e suoni sconnessi. Abbiamo passato in rassegna praticamente tutti i motivi che troviamo nella musica prodotta prima di Evol dal quartetto. Che si candida a diretto erede dei Velvet Underground, riprendendo gli scenari di 15 anni prima e descrivendone la degenerazione.
Il filotto che chiude il disco è leggendario. Vede come prima protagonista Kim Gordon, che canta affannata su un miscuglio di suoni che sembrano uscire da una lavatrice (chi ha orecchi per intendere, intenda). Dopo una lunga introduzione fatta di cinguettii meccanici e rimbombi da porticato, un pianoforte maltrattato emette una melodia da film dell’orrore, sulla quale la Miss declama una specie di filastrocca da bambina introversa. Sembra prenderci per mano e condurci alla visione che abbiamo in “Marilyn Moore”, uno dei picchi emotivi di tutta la carriera del gruppo. La scena è di un uomo steso sul pavimento che urla e si contorce. I suoi dolori ce li descrive la chitarra: strozzata, grattata, malmenata dalla follia di Ranaldo, che produce suoni ora stralunati ora distorti, in una perfetta rappresentazione del flusso di coscienza di un uomo in preda a deliri e convulsioni, alternando momenti di leggeri miglioramenti al riacutizzarsi del dolore. La conclusione è tutta per le parole rassegnate di Moore.
Il disco si chiude, si fa per dire, con l’inno “Madonna, Sean Penn and me”, che è un po’ un indice analitico di tutto ciò che è stato detto fin’ora. Parte epico, con la schitarrata e la batteria. Addirittura un canto maestoso, melodia. Dove vogliamo arrivare? Da nessuna parte, come sempre: basta che andiamo ad analizzare ciò che dice Thurston “We’re gonna kill California Girls”, quasi a voler distruggere gli ultimi ritagli di flower power. E si prosegue, in uno spettacolare crescendo, con Lee Ranaldo che mostra segni di insofferenza a dover fare il chitarrista “normale”, e ogni tanto si lascia scappare qualche rumore di troppo. L’impennata (secondo, tra l’altro, i più classici dettami della psichedelia) avviene di lì a poco. Nel bel mezzo della frase chiave del brano (Expressway to your skull) c’è un silenzio, nel quale sembra disporsi un plotone di esecuzione. Che attacca, eccome se attacca. E lo fa alla maniera che ci è stata illustrata fino ad ora. Sezione ritmica in basso, ossessiva, e Ranaldo che, finalmente libero, sembra voler fare tutto ciò che non si deve con il suo strumento. Un inferno sonoro, un tornado di rumori e dolori, per poi riacquietarsi. E tramutarsi in un blob che avanza dirandandosi, ma infettando comunque l’atmosfera. Un gas che stordisce. E noi pronti lì a inalarlo perchè preferiamo non guardare ciò che ci sta crollando intorno. Stordimento, oscurità, ed un crepuscolo che sembra non finire mai. Ascoltiamo i Sonic Youth perchè abbiamo paura del silenzio. Nella nostra camera, il tramonto di tutte le nostre certezze entra sornione tra le aperture delle tapparelle e ci lascia addosso un definitivo senso di vuoto e incoscienza.

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Una Risposta to “Premessa seconda (a mo’ di scusa): Sonic Youth – Evol”

  1. Angelo Says:

    Eh… riassumendo.. EVOL e’ un inferno claustrofobico.. per questo ho imparato ad amarlo ascoltandolo ossessivamente aspettando la metropolitana…
    Ciao,
    A.

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