Un racconto – Giro di Lombardia duemilasette

Commentare questo splendido Giro di Lombardia è una piccola impresa che mi accingo volentieri a compiere. Un po’ perché l’ ho detto – ed ogni promessa è un debito – un po’ perché mi è stato chiesto da un carissimo amico che ha sintetizzato in una sola frase il senso stesso del raccontare:

‘pensa a quelli che non lo hanno potuto vedere’.

Mentre la mia mente già andiriveniva tra Infiniti e Manifesti, mi sovveniva la volata tra Cunego e Riccò, e ho deciso definitivamente di iniziare a scrivere.
L’atmosfera è la solita del GdL. Autunno, grandi campioni, l’ aria pungente che ti immagini salire dentro le narici ad irritarle. Una sorta di freddo buono che circonda materno il gruppo pedalante, i teneri, precoci tentativi di fuga mattinieri di giovani talenti che tra un paio d’ anni inseriremo tra i favoriti per la Liegi o per il Giro, nella giostra di questo stra-metaforico sport che va avanti.
Fino alle ascese finali: Ghisallo – Civiglio – San Fermo. Tre, come le AveMaria finali che preparavano il laconico -e liberatorio, invero – ‘Ite Missa est’.
E lo stato di grazia, questo giorno di primo autunno, 2007, ce lo ha Frank Schleck. Talento purissimo, elegante sui pedali, temuto in gruppo, il lussemburghese è il maggiore dei due fratelli. L’altro, è quello che abbiamo ammirato al giro.
Schleck, già nella prima asperità del trittico, imbeccato da un Kolobnev superbo, fa vedere che chi volesse alzare le braccia a Còmo (leggere con la o chiusa, per favore), dovrà vedersela con lui.
Si sganciano in pochi e forti. Frank, Cunego, Riccò, Evans. Dietro? Briciole. Si sale e i due italiani, tignosi e arcigni, rintuzzano spettacolari gli imperativi dell’uomo del Lussemburgo. Riccò si da da fare per dimostrare che è il più forte quando la strada sale. peccato che le corse non si vincano solo in salita.
E questo teorema lo dimostrano in tanti. Schleck, disattento, (e non nuovo a questo stato di limbo) rovina al suolo gettando alle ortiche svariate speranze. Sanchez, caparbio, tecnico, funambolico (sempre meno del Falco Savoldelli), si beve in discesa quello che gli altri hanno rosicchiato in salita. Rebellin ancora, che tiene botta solo con la splendida capoccia. E Cunego. Splendido. Attacca in discesa. Manca solo una asperità. Si preparerebbe da solo al rush finale. Poi capisce e si fa raggiungere, prima di rimanere solo con Riccò sull’ultima salita. Il ragazzotto di Formigine lo raggiunge e comincia a stuzzicarlo. Sembra quasi dirgli ‘Che c’è McFly principino, non sarai mica un fifone’. Damiano pensa alla sua personale Jennifer, e rimane saldo nella De Lorean. Sul rettilineo finale sembra essere ritornati indietro nel tempo. Come tre anni fa è volata con Cunego favorito. E Damiano rivince. Alza le braccia, in una grande corsa contro un grande corridore come Riccardino. Lasciandosi alle spalle fuoriclasse del calibro di Rebellin, e giovani stelle come Schleck Junior, che (pare) senza fatica entra nei 10.
Pone così, il Panettiere, la sua talentuosa firma su un duemilasette che ha visto l’ennesima, manifesta superiorità del nostro movimento ciclistico (bastano fiandre-liegi-giro-mondiale_bis-lombardia?), che continua a sfornare talenti e a regalare emozioni. E al futuro per un’altra stagione.

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2 Risposte to “Un racconto – Giro di Lombardia duemilasette”

  1. silvia Says:

    bravo cunego

  2. simoneliuzzi Says:

    Avemarie, messe, stati di grazia, limbo, Leopardi… Un popolo di Santi, Poeti e Ciclisti?

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