Archive for dicembre 2007

OK il prezzo è g…eek o_0

26 dicembre, 2007

Questo è un post sul prezzo della benzina.

OK il prezzo è g…eek o_0

La fotografia è stata scattata da me alle 19 e 30 circa del 26.12.2007.

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The Doors – Strange Days (1967)

8 dicembre, 2007

Non mi stancherò mai di scrivere, parlare, prestare, consigliare, regalare ‘Strange Days’.
Una delle opere più emozionanti che la mente umana abbia partorito nei ‘tempi moderni’. Quelli che hanno il culto della personalità istrionica di Morrison, forse, preferiranno l’omonimo di qualche mese precedente a questo, dove lunga elegia di The End è una psicanalisi pubblica del camaleontico Leader.

Strange Days è invece un’offerta innanzitutto musicale. Una prova di coesione e compattezza del trio, sulla quale il cantante Morrison per una volta prova a tenere a bada il poeta, lo sciamano,il quello-che-volete, e utilizza la sua splendida voce per consegnarci una pietra miliare della musica rock.

Si parte fortissimo con la title-track. Una spirale di organo, un delay nella voce, e un ritornello muto (muto!!) si miscelano a formare l’incipit ideale per l’opera. Risposta più acida ma non meno ‘corrosiva’ a quella ‘Break on through’ che apriva il primo disco.
Dopo di Ciò, la successione di situazioni che compone ‘Strange Days’.
‘You’re lost little girl’, un racconto sentito di Morrison istrione maturo, che carica a dovere alcune sillabe, e gestisce sornione gli scambi – ormai classici – tra chitarra ed organo.
‘Love me two times’, il brano dove viene fuori l’anima blues del combo. Col suo riff sporco, sudato, quasi maleodorante, ed un ritornello dove la voce è brava ad organizzare un crescendo dall’inizio alla fine del brano.
Dai bagordi alla disillusione di ‘Unhappy girl’, psichedelia di alto livello ancorchè ingenua (effettistica? semplici piatti mandati al contrario, da Liverpool a cento anni luce più in là nella capoccia di Jim e nelle dita di Ray).
Indugia poi, il Morrison, nel suo egocentrico declamare in ‘Horse Latitudes’, che ha il merito di introdurci nell’andatura marziale e stra-luna-ta di Moonlight Drive. Ennesimo episodio della serie artisti-Luna (l’ultimo rappresentante lo potete trovare nel blogroll…), la marcetta è una canzone senza tempo, che ha il piglio dei classici e la spocchia – nel cantare appena impertinente – delle canzoni che già sanno di scrivere la storia del genere. Si diceva che questo disco non è una ‘Celebrazione del Re Lucertola’. E infatti vale la pena di sottolineare la splendida sequenza di note della chitarra, che ci prende per mano e ci guida alla apertura musicale del ritornello.
Così come il laconico arpeggio di ‘People are Strange’, che forma con la precedente una coppia-di-fatto praticamente perfetta. L’andatura cadenzata e malinconica, i cori nel ritornello, l’atmosfera appena disillusa, in due minuti e mezzo condensano il dramma di chi si sente sempre ‘strano’. Andando così ad implementare una già lunga lista che parte da quelli che non sono stati profeti in patria, passando per chi era semplicemente troppo avanti per la propria epoca, per arrivare dove? Al numero quarantadue.
Nella terzultima ‘My eyes have seen you’, i Doors precursori (e padri, se non padri diciamo zii) della new wave e del punk si mostrano in tutta la loro essenza. Riff due-accordi-e-pedalare, sfuriata nei ritornelli, finale ipnotico e gorgogliante, a sfumare.
La penultima ‘I can’t see your face in my mind’ è immersa in liquide atmosfere oniriche(soporifere?), gioca su una chitarra che tratteggia figure diafane e stralunate, e sulle aperture ben architettate della voce. Ma ascoltando più volte il disco soffre di questa atmosfera di attesa per l’Ultima.

Conclusiva, definitiva, ‘When the music’s over’ suggella l’opera.
A partire dal titolo: dimenticate il rassegnato, celebrativo ‘The End’. L’inno che chiude ‘Strange days’ innanzitutto non si rassegna proprio ad un bel niente. A partire dal titolo, con quell’avverbio di tempo ad introdurre – When – da intendersi ‘Quando’, ma anche ‘Se’.
L’urlo accompagnato dall’esplosione distorta della chitarra è programmatico. Stavolta c’è una canzone, a sostenere le tesi del Morrison. I circa dieci minuti si stagliano impietosi nei confronti del resto della produzione (già eccellente, tra l’altro) del gruppo.
Il cantante gioca con astuzia tutte le sue carte migliori: la poetica ‘…alive she cried…’, la follia ‘…send my credentials to the house of detention…’, e la rivolta. Consegnando infatti lo slogan efinitivo ed imperituro per tutti i tempi:’We want the world and we want it now’, di fronte al quale tutti gli anthem – dal coro dell’Armata Rossa agli Inti-Illimani, passando per Massimo Morsello – appaiono sbiaditi e inadeguati.
E soprattutto: la musica. La prova del batterista Densmore, che col suo drumming esuberante (sua e di Manzarek l’introduzione) mantiene alta la tensione per tutto il brano, giocando a rimpiattino con l’ organo, che è sempre e comunque il vero mattatore, il vero marchio di fabbrica della musica dei Doors. E ancora la chitarra di Robby cento-stili Krieger, che si inserisce alla grande negli alterchi degli altri due, senza cercare di riappacificarli, anzi, inasprendo i conflitti con le sue sventagliate, ora psichedeliche, ora blues, ora classiche.

Strange Days è a mio avviso il disco più riuscito dei Doors, poichè ritengo sia l’unico in cui i quattro sono riusciti a mescolare le loro anime combattute e a non soccombere alla personalità di Morrison. Dopo aver ascoltato ‘When the music’s over’…niente è più lo stesso.

Karlheinz Stockhausen

7 dicembre, 2007

Oggi, 7 dicembre 2007, è morto uno dei massimi musicisti dei ‘tempi moderni’, Karlheinz Stockhausen.

Al futuro un post con una discografia consigliata.