Archive for febbraio 2008

Alain Robbe-Grillet

19 febbraio, 2008

Alain Robbe-Grillet, scrittore francese.

È morto il 18 febbraio 2008.

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Pornophonique – 8-bit lagerfeuer

17 febbraio, 2008

Parlare di questo gruppo va oltre lo scrivere una ordinaria recensione. Infatti i Pornophonique non sono uno di quei gruppi dei quali si comprano i dischi alla FNAC. Distribuiscono liberamente la loro musica nella comunità di Jamendo (grazie a Dario per avermelo consigliato). È un progetto interessantissimo che mira a promuovere l’arte in sè. La licenza con cui vengono rilasciate le opere su Jamendo è simile a quella del kernel Linux e dei programmi del progetto GNU.

Da oggi anche i contenuti di questo blog sono liberamente riproducibili a patto di citare la fonte.

Jamendo è un punto di partenza per una vera rivoluzione. Ed è anni luce più avanti dalle pugnette che mettono in giro alcuni sedicenti rivoluzionari gruppi di oggi.

Ma bando alle polemiche: facciamo che il nostro scopo sarà quello di avere una collezione di canzoni per poter dare una festa completamente Copyright-free. Partiremo proprio da

Pornophonique – 8-bit lagerfeuer

Si parte fortissimo con l’inno ‘Sad Robot’. Una melodia pop di quattro note suonate con un fischio elettronico che potrebbe essere un synth, ma anche un disturbo di antenna. Schitarrata acustica e ritmo easy accompagnano la bella voce che declama lo slogan del titolo per un brano di impatto adatto a tante situazioni diverse.
‘Take me to the bonuslevel because I need an extralife’ è un trascinante brano che ha come ossatura una bella melodia un po’ malinconica, sostenuta da una ritmica trascinante e lacerata dai duemila effetti da videogame presi pari pari dalle antiche schede audio dei C64. Nella successiva ‘Lemmings in Love’ arrivano gli echi di tutto il krautrock (Faust in primis, per l’ironia sottile che permea tutto il brano), con cori femminili, e ritornello strumentale. Uno squarcio fatto da ghirigori di synth che ci proiettano nella psichedelia di sogno suicida dei mitici animaletti.
Space invaders è il brano più duro del lotto (e degli otto…o_0). Parte chiuso con una voce compressissima e una ritmica marziale che neanche i VNV nation, e si sviluppa su questa linea, esaltando l’urlo del cantante e i riusciti passaggi chitarra-synth inframezzati da effetti da videogame.
‘I wanna be a machine’, quasi una dichiarazione programmatica, invece, è intrisa di atmosfere piuttosto romantiche. La voce si staglia su un bel riff che ricalca tanti stilemi (Babylon Zoo? Depeche Mode?) ed esplode nell’inno del ritornello. Quasi una liberazione ritagliata sopra il bel girotondo musicale che crea la commistione tra ritmica e psichedelia, fino ad arrivare allo scambio synth-effetti da videogame-chitarra, dove ad un tratto non si riconosce più chi è chi e quale ruolo recita, a testimoniare forse l’avvenuta mutazione, oppure, pirandellianamente, la totale incapacità di distinguo tra i personaggi e la loro recita. Di qui alla fine abbiamo ancora ‘1/2 player game’, ‘game over’ e ‘rock’n’roll hall of fame’. Se la prima dei tre è costruita su uno scambio tra beep e un riff trascinante che si ripropone durante tutto il brano, la successiva parte con un grappolo di synth e si sviluppa in un crescendo elettronico che esplode in un ritornello compressissimo quasi da ‘popolo-dei-rave’ (chissà se hanno i Gazebo…e se amano Chopin). Chiude la sequenza la summa di tutto quello che abbiamo detto fin’ora. Ritmica ben impostata, elettronica tracimante e riffoni quasi ‘coatti’ per le litanie ispirate e volutamente ingenue della voce. Già la voce: sembra un David Bowie un po’ più strillone è – se possibile – più poseur…
Quindi cosa dire di più: iscrivetevi a Jamendo, scaricate il disco dei Pornophonique, e ascoltatelo. Avrete divertimento assicurato e contribuirete ad un progetto molto, molto interessante.

Detto questo: vorrei pubblicamente ringraziare una mia amica e collega, Elisa, che sta per raggiungere obiettivi importanti, e mi ha ricordato nel suo Blog. Mi dispiace non averlo notato subito. Ho provveduto ad inserire ‘Mucche a sfera‘ nei miei feed. E stai tranquilla, Elì, che se stai nei miei feed ti leggo, visto che sono addicted-to-rss…in bocca al lupo per i tuoi traguardi e partenze, e al futuro.

Niccolò Ammaniti – Ti prendo e ti porto via

11 febbraio, 2008

In generale non scrivo recensioni negative. Infatti le quattro ciance che metto insieme sono sensazioni personali, e non mi piace scrivere su cose che voglio rimuovere.

‘Ti prendo e ti porto via’ è una storia abbastanza appassionante che intreccia le vicende soprattutto di un adolescente con le gambe secche e storte, e di un latin lover appena attempato. Il luogo è un paesino sul mare della Toscana.

Il problema sta tutto nello scrittore. Non si può fare lo Stefano Benni se non si è Stefano Benni. Ischiano del Capo vuole essere una Sompazzo più noir, più cinica, priva delle fisarmoniche, dei fiotti di lambrusco e degli squarci sognanti e psichedelici che caratterizzano i racconti dell’altro.

Tante vicende vengono messe sul fuoco, risolvendone una appena, al termine della narrazione. Tante cose accadono senza un senso compiuto. Troppi personaggi sono caratterizzati male, e alcuni importanti caratterizzati troppo poco.

Mi ha lasciato molto amaro in bocca. Magari era proprio quello l’intento dell’autore.

A questo punto torno alla lettura de “I Guermantes”, da “Alla ricerca del tempo perduto”. Ho già perso troppo tempo.

Omaggi – Pellicani Oggi

10 febbraio, 2008

Scrivo questo post per registrare il primo commento di uno degli autori di un grandissimo blog che da un po’ migliora la rete con la sua presenza. Spero con queste tre righe di riuscire a ricalcarne un po’ lo stile, con i duemila collegamenti insensati a pagine di wikipedia di dubbia utilità e onnipresenti immagini del Molise:

Naturalmente scherzo, volevo solo scrivere un titolo in rima.

L’impresa #2 – Il tragitto.

1 febbraio, 2008

Avevo pensato ad un post di immagini e parole. Ma meglio le parole.

Dove eravamo rimasti all’epoca?
All’entrata della metro, Roma Nord-Ovest. Ci ritroviamo all’uscita. In piazzale Appio != Piazza S.Giovanni. Sulla sommità delle scale maggiordomi in gilet fosforescenti mi attendono e mi accolgono entrante nel mio pellegrinaggio, porgendomi riviste gratuite a volontà. Accetto, proseguo. Alla mia destra Coin, davanti, sempre sulla destra, Via Sannio. Alzo lo sguardo. San Giovanni è una delle basiliche di Roma. San Giovanni è vicina alla via Appia. Davanti San Giovanni c’è la Scala Santa, vicino al teatro Sala1. Dietro si erge der Obelisk. Non lontano il Colosseo, Porta San Sebastiano, l’Ardeatina, e tanti altri luoghi che grondano Storia. E le mezze figure, onesti mestieranti della retorica, che affollano i salotti televisivi, trasformano e offendono di continuo questo anfiteatro in una enorme piattaforma da comizio. Ma subito alzo lo sguardo e metto a tacere le derive antipolitiche. Da provare: Uscire dalla metro a S Giovanni e guardare in su. Dall’angolo tra la Coin e Via Sannio una Marcia dei Santi si erge su un tappeto di chiome di pino. ‘L’ Apostolo che egli amava’ trascina la mistica combriccola marmorea. E per un attimo il ciangottante popolo delle piazze ammutolisce, scompare.
Guadagno terreno e oltrepasso l’Arco. Oltre c’è l’apertura della Piazza, da sottofondere con la colonna sonora di C’era una volta il west (o Ritorno al futuro 3 – Chi mi elenca le somiglianze?). Corro sul mezzo. Di lenta carriera mi ritrovo a sinistra l’obelisco e a destra via Merulana.

“Sao ke kelle terre per kelle fini que ki contene, tanti anni le possette FELA…”

Più avanti, Via dell’Amba Aradam, l’azienda ospedaliera; giro a destra: la SMA “Georgiana”, Piazzale Ipponio.

Su di esso non c’è null’altro da dire. E null’altro da chiedere ad una piazza di semi-periferia. Rovine Romane, un parchetto, pietra; alberi oscuranti, palazzi coperti di smog, una scuola. E più in là, per una via in saliscendi che porta ad una piazza simile nei concetti, ma diversa negli sviluppi. Piazza Epiro, infatti, vive del suo mercatino appena restaurato. A destra fanno capolino le Mura.

Poi, a dire la verità, il mezzo non passa in via Populonia. Ma io per un attimo passo al gioco del facciamo. ‘Facciamo che scendo, percorro via Populonia a piedi, la descrivo, e raggiungo il mezzo in seguito?’
La via è un passaggio tra due spettacoli. Alla destra una successione di graffiti. ‘E questa la chiamate arte?’
A sinistra uno splendido anfiteatro fatto di palazzi che si affacciano su un terreno in costruzione (sole che batte sui campi di pallone, ecc…). Grumi di terra, e una casupola da geometri nel mezzo. Il tutto chiuso dietro una rete coperta da un telo bianco con squarci: inconcettuali, fuori dallo spazio, senza attese.

Più avanti ritrovo l’autobus. Sono lungo le mura. Mi accingo ad intraprendere l’Appia antica. La Storia permea ogni suo singolo sanpietrino (Domine Quo Vadis, Catacombe, Fosse Ardeatine, via dell’Annunziatella…). La campagna a destra e manca, e il mezzo sempre sul suo morbido corridoio di asfalto. Un bivio mi annuncia il prossimo arrivo. Scendo. Trovo risposta, più che mai negativa, alla domanda: “Esiste mai qualcosa al mondo, maggior di Roma?” – e un post su quest’ultima citazione non s’ha da fare, ne domani, ne al futuro.