Voivod – Nothingface (1989)

I Voivod sono uno dei gruppi più geniali della storia della musica. Questa mia descrizione di uno tra i loro capolavori – Nothingface, correva l’anno 1989 – è da intendersi come una spinta a cercare i loro brani ed ascoltarli con attenzione. Già: i Voivod non sono certo un gruppo da amore al primo ascolto. Vanno scoperti e compresi, non senza fatica, a poco a poco. Magari leggendo la storia che c’è dietro. Cercando spiegazioni fantasiose ai loro scarabocchi futuristici. Tentando di trovare una improbabile retta via tra il network di suoni che compongono i brani dei loro ‘concettuali’ dischi.

Nothingface è, come tutti i dischi dei Voivod, il primo e l’ultimo sul genere. C’è dentro un metal dai riff compressi, dalle strutture complicate, dal fraseggio quasi litigioso tra i vari attori. Senza un vero protagonista.

Si parte, dopo la breve intro (quasi un aggiornamento di ‘Speak to me’) , con lo straniante labirinto di ‘The Unknown Knows’. È il basso che compone i muri spigolosi, rigidi, verso i quali veniamo sbattuti a velocità folle, trascinati solo dall’assurdo call-and-response del ritornello, fino ad arrivare al vortice liberatorio, del passaggio “Have some signs, come to me…”. Solo un attimo prima di essere sballottolati di nuovo nel labirinto. E uscirne ancora, grazie al basso che quasi ‘precedendo’ ci riconduce verso altri lidi. A sentire l’impennata epica di metà brano verrebe quasi da riesumare i fasti di certa psichedelia “minore”. Ma il finire degli anni 80 era epoca scura (accendevano mai la luce, i ggiovani, all’epoca?). E così una spirale che si snoda su un riff zoppicante del basso ci trascina fino alla fine, dove nel gorgo incontriamo addirittura una (…sic!) fisarmonica.
Dopo questo caos (che proviene da ipotesi probabilistiche) scalmo si passa subito all’esperienza della title-track. Che è difficile da raccontare riassunta. Se in realtà troviamo un punto fermo nella bella melodia del ritornello, è anche vero che essa compare poco nel brano. Il resto è un duello forsennato tra chitarra e basso, nello squarcio strumentale situato al centro del brano. Un rincorrersi ‘discretamente’, tra ostacoli cibernetici e astronavi distrutte.
Quello che segue è l’omaggio ossequioso ai maestri della psichedelia astronomica. I Pink Floyd di Astronomy Domine sono il fantasioso, estremista gruppo di Syd Barrett. E i Voivod, in punta di piedi eseguono un tentativo -a dirla tutta, velleitario – di accostarsi al maestro. Sulla sufficienza. Ma la materia è troppo complicata.
A ricordarci che questo è il disco di quattro grandi musicisti e non l’esercizio onanistico di un branco di studentelli dal rollaggio facile, arriva ‘Missing Sequences’, con quel suo riff terrificante all’inizio. Sommesso, bisbigliante, Snake ci introduce in un viaggio che ci porterà molto più lontano. Tra continui cambi di ritmo, melodie accattivanti, assonanze che valgono più di un assolo: “Stupendous flaking fume/Tremendous dancing doom”.
X-Ray Mirror, la seguente, è basata su un’atmosfera impossibile tutta giocata su riff che fanno a botte tra di loro, con la voce che tenta, un po’ ironica, di raccontare qualcosa, ma sembra spiazzata anch’essa dai continui scenari che gli si tratteggiano intorno.
Inner Combustion è un momento-chiave. Parte con un riff quasi rock. Prosegue con una strofa ritmata e incalzante fino al programmatico ritornello ‘Light! Rebounce’. Fino ad arrivare anche stavolta all’inevitabile scontro tra basso e chitarra che stavolta si risolve in un liquidissimo scambio quasi melodico.
Pre-Ignition, forse la più complicata da digerire, è la successiva. Asfissiante nei riff iniziali, con la voce arrabbiata a condurre le danze(?). Si risolve in un inquietante successione durante il bridge, e sembra finalmente aprirsi in quello che dovrebbe essere il ritornello. Ma è uno specchio per le allodole…Snake non molla, figurarsi gli altri due che costruiscono un pauroso tappeto ritmico dove finalmente possono sfidarsi.
Into my hypercube è l’altra perla melodica del disco. Epocale l’avvio, con Snake che intona disilluso “In my back yard…”, prima di tuffarsi in un disperato appello sostenuto da semplici schitarrate di Piggy.
Ma la quieta disperazione non è roba per canadesi (magari va bene per gli inglesi). Infatti a metà brano finalmente ritroviamo i due sfidanti basso-e-chitarra che possono di nuovo intraprendere trame complicate, elettromeccaniche per la gioia degli arzigogoli di Snake. Che solo verso la fine sembra riacciuffare quella freddezza triste iniziale, e usarla per ripiombare di nuovo nel labirinto.
Chiude l’Opera Sub-Effect. Quasi una summa di tutto ciò che abbiamo detto finora. Riff martellante iniziale, strofa melodica, bridge inquietante e – finalmente – lo scambio di cortesie centrale dei quattro. Con Snake che ad un tratto sentenzia ‘Too late, for S.O.S.’

Che dire oltre: visitate i link sottostanti, e state connessi…

http://forgotteninspace.tk/
www.myspace.com/forgotteninspace

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Una Risposta to “Voivod – Nothingface (1989)”

  1. Joe Russo Says:

    Recensione perfetta. Complimenti. E non lo dico perchè i Voivod sono il mio gruppo preferito… Questa recensione non solo rende omaggio a tanta magnificenza, ma induce colui che la legge ad ascoltare questo capolavoro senza tempo, capolavoro che avrebbe sicuramente meritato molta ma molta più attenzione di quanta ne abbia ricevuta… I Voivod sono un gruppo a parte nella storia del Metal, e sono stati (perchè non dirlo) sempre un passo avanti a tutti gli altri. Complimenti.
    Voivod forever!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    R.I.P. Piggy… We love you.
    Joe

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