Divenere – IN/VERNO

Divenere @ Alien Club il 17 ottobre

I Divenere sono, tra i gruppi emergenti italiani, uno dei più intelligenti. Il loro sound negli anni si sta evolvendo, e chissà dove potranno arrivare se continueranno ad essere così dinamici.
Il combo è schierato a 4, in una classica formazione voce-chitarra, chitarra, basso, batteria e suona un rock fatto innanzitutto di canzoni, ben composte ed incisive. Su questa struttura si inseriscono spesso digressioni elettroniche ricche di effetti ed atmosfera.
Senza avere punti di riferimento specifici, i principali termini di paragone per l’attuale sound dei Divenere sono gruppi come Editors, Interpol e, nei momenti più dilatati, gli ultimi lavori dei Verdena.
La formula dei brani è costituita da una ritmica fantasiosa ma diretta ed efficacie, e un intrecio tra le due chitarre ed il basso mutuato dalla migliore scena indipendente. La voce, eterea e peculiare, si inserisce su questo insieme come complemento, senza velleità di protagonismo.

Il disco, dunque, parte forte con “luce dal tuo blu”. Introdotto da un synth “ventoso”, si trasforma subito in una cavalcata dove litigano chitarra e voce, con un pianoforte che fa capolino inquietante. Il mood è quello delle grandi canzoni indie. Malato, asettico, sfocia nell’ inevitabile apertura melodica del ritornello: neo-psichedelia pura (ad un tratto, addirittura il coro sintetico che fa molto Arcade Fire), per partire alla grande.
La successiva “Stella Muore” è indie-rock da accademia. Schitarrata iniziale, ritmica chiusa con arpeggi spinosi, e voce lacerata, fino al ritornello disilluso (chessarà/domani). Gli arpeggi in crescendo del break si candidano ad accompagnamento ideale per crepuscoli sofferti nelle camerette dei giòvani alternativi.
Monochromatic butterfly è un po’ il loro tributo, ordinato e straniante, sia ai Joy Division (nella ritmica), sia al synth-pop. Su tutto e tutti una voce che sfodera una delle prove migliori di tutto l’album: gelida, distaccata, filtrata, prende il pezzo per mano e gli conferisce un piglio da grande canzone.
Probabilmente “Sweet time” è la migliore melodia del disco. Il gruppo trova la quadratura negli scambi iniziali: batteria aperta, arpeggi invadenti, linee vocali fatte di una nenia di vocali ripetute. Il ritornello liberatorio con la strofa ripetuta fino alla nausea suona efficacissimo. Per chi scrive, il brano migliore.
“Novembre” è un punto di svolta del disco. Presente nel repertorio della band fin dalle prime, timide, registrazioni, il brano ci regala due minuti abbondanti di atmosfera asfissiante, costruita su una spirale di synth e batteria terrorifica. Il tutto è completato dall’inquietante frammento: novembre-non-è-mai-stato-così-semplice, in equilibrio tra nonsense e malinconia, che chiude il cerchio in maniera davvero significativa.
La stessa elettronica ci introduce alla successiva “Sirena d’Inverno”. Nelle strofe si accavallano chitarre, voce sorniona e pianoforte che – pur restando sottofondo sottomesso – si rivela fondamentale. Il ritornello, introdotto da una sventagliata di chitarre, è un esempio lampante dell’arte del gruppo: batterira soffocante, chitarre distorte e pastose, voce affranta e disperata.
Difficile piazzare un altro brano dopo una simile lavata di capo. “Lost Song”, forse già dal titolo, si rivela più confusionaria. Dichiaratamente psichedelica (ricalca,a tratti, le atmosfere del secondo disco di Mellon Collie & the Infinite Sadness). Sembra però smarrire la consapevolezza che caratterizza i momenti migliori della band. Il riuscito ritornello sembra comunque presagire che una forma canzone del genere potrà in futuro portare a risultati migliori.
“Gas”, forse la più marziale, si inserisce in un filone situato nel crocevia tra Editors, Subsonica, e post-rock. Se le strofe suonano arrabbiate ed elettroniche, gli accordi dilatati del ritornello accompagnati da una voce roca conferiscono al tutto una sorta di inquietante liquidità.
Il minuto di voce thriller su un tappeto da ballad esotica di “Sere”, riprende il discorso di “Novembre” e funge da viatico ideale per l’uno-due finale.
Infatti “Solo noi-a” parte con un riff ai limiti del metal, e sfrutta il crescendo di tensione che si crea nelle strofe. La coda è il tentativo più audace di sconfinare nel progressive (chi ha detto Porcupine Tree?).
Chide il lotto “Silenzio=tragedia”, che è una sorta di “take-home-message” di tutto quello che abbiamo sentito finora. riff corposo, note taglienti di chitarra, piano percussivo, batteria ispirata ed efficace. Il tutto a costruire una atmosfera epica, inquietante e leggermente disperata.

Se esistesse una colonna sonora per lo spleen del nuovo millennio, probabilmente a comporla sarebbero i Divenere.

http://www.diveneremusic.com/
http://www.myspace.com/diveneremusic
http://www.myspace.com/divenerefanspace

Il video di “Stella Muore”:

Divenere @ Alien Club il 17 ottobre
Divenere @ Alien Club il 17 ottobre
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2 Risposte to “Divenere – IN/VERNO”

  1. Lidya Says:

    Questa recensione è spettacolare 🙂
    Complimenti ai Divenere, che adoro!

  2. Salva Says:

    Bella recensione! Complimenti… S

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