Archive for the ‘intimisto’ Category

Riflessioni PosTedesche #1 – Mittelrhein

10 settembre, 2009

Attenzione: post romantico e aulico. Manco l’avesse scritto Lodoletta.
Partendo da Colonia per arrivare a Monaco di Baviera, alcuni treni risalgono la valle del Reno.
È un’occasione straordinaria per veder scorrere davanti a se le immagini di un posto incredibile. Il treno si adagia sulla sponda sinistra del fiume, diretto verso il mezzogiorno. Passata Coblenza, ci si trova catapultati in un paesaggio totalmente fuori dal tempo.
Basse e ondulate collinette di qua e di la, ed in mezzo il grande fiume (forse il più europeo dei nostri corsi d’acqua), padrone assoluto della situazione. Lento, ma mai nè ieratico nè cerimonioso. Semmai portatore di slancio vitale. Una vena che è periferica nella conformazione fisica sia della Germania, sia di tanti altri paesi, ma che scorre in pieno ventre del nostro vecchio (vecchio?) continente. Le montagnole che si succedono sono basse, tappezzate di viti e altre colture. Di tanto in tanto sorgono paesi fatti di un pugno di case con chiesa e campanile in mezzo. Mura senza età si ergono come rocce dal terreno. Castelli occhieggiano sulle erte, ma il campo visivo, e l’atto stesso dell’osservare è confinato concettualmente dal fiume.
Un fiume, di solito, dice tante cose di se. Dall’espressione di un uomo spesso risaliamo alla sua età, al suo umore corrente e con un po’ di attenzione e speculazione alle sue peripezie passate e a i suoi progetti per il futuro. Ma il fiume non ha prospettive temporali: esiste già su tutto il suo percorso, caratterizzato da un verso e dalla direzione, che magari si è pazientemente ritagliato in tempi che per noi uomini non hanno senso. Mi piace pensare, guardando in faccia i corsi d’acqua, che si ritaglino modi di essere a seconda del posto. E se il Reno vive una splendida giovinezza nelle città della Svizzera e della Germania sud-ovest, prima di stagliarsi nella sua splendida maturità europea nella Westfalia  e nei Paesi Bassi, la valle senza tempo nella quale si inserisce mi appare come una specie di vacanza, di quelle con bicicletta e zainone, che il nostro si prende.
Rifiata, il Reno, prima di ricacciarsi nella mischia delle mille città che si trovano subito a nord. E dopo averlo solcato, distinto uomo maturo e prodigo di storia a Colonia, vederlo così, scalzo e spensierato in mezzo alle colline, è una immagine che difficilmente può lasciare indifferenti.

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Fango

17 luglio, 2008
Ultimamente ‘ Fango’ è una parola che ricorre:

e oggi sta rimbalzando tra i tg e nella blogosfera.

Infatti Riccò, protagonista assoluto al tour è stato arrestato (!) perchè positivo ad un test antidoping. Sento già il rumore della tastiera di qualche editorialista che scriverà un bel corsivo sul genere ‘Un ciclismo malato’ e affini.

In realtà questo post riguarda un libro.

Qualche anno fa mi regalarono uno splendido romanzo, ‘Nel fango del Dio Pallone’, di Carlo Petrini (parentesi: se googlate vi uscirà fuori probabilmente un sacco di roba sull’omonimo fondatore di slow food), ex-calciatore molto popolare negli anni ’70. Qui potete vedere una sua intervista da parte dell’ottimo Diego Bianchi, aka Zoro.

Carlo Petrini, nella sua narrazione vera, veristica, spietata prima di tutto con se stesso, racconta la sua vita, come quella di un calciatore qualsiasi, piuttosto bravo, con una buona carriera. La cosa sorprendente è che non tralascia alcun particolare, e piano piano, andando avanti nelle pagine, si capisce quanto di spregevole c’è nel mondo del calcio, e di come i calciatori non ne siano protagonisti, bensì personaggi che recitano un ruolo complesso, con diverse sfaccettature anche conflittuali. Questo ‘ruolo’ è composto da alcuni tratti, non perfettamente distinti, ma più o meno distinguibili:

– Un po’ vittime: le iniezioni fatte prima della partita, con la stessa siringa infilata in 4-5 culi differenti. Cavie da laboratorio per sperimentazioni di presunti guaritori e santoni. Tutto questo al servizio della presenza in campo (anche qui un ruolo che sta tra la responsabilità di dover scendere in campo a causa delle proprie qualità, e il doversi far vedere dai tifosi);

– Un po’ eroi: da brivido il racconto di un giocatore che si sacrifica per provare la nuova sostanza e che quasi ci rimane secco. Ammirato per il gesto dai compagni di spogliatoio, ma sempre in silenzio. E qui veniamo al passo successivo;

– Un po’ mafiosi: ma non certo padrini, piuttosto ‘onesti’ mestieranti. Massima omertà: non si parla mai nè delle pratiche dopanti, nè delle frequenti combine tra squadre per un risultato tranquillo, nè del fatto che un giocatore si porti a letto la moglie di un altro. Massimo silenzio;

– Un po’ lussuriosi: le scopate, continue, con donne sempre pronte, promiscue, sono uno dei pochi argomenti di discussione durante i ritiri. Insieme alle macchine o all’ultima moda del momento (a metà anni ’70? le pistole). Pagine intere di avventure sessuali e di modelli di automobili, dalla prima alla fine degli anni ’60, quando Carlo giocava nel Milan;

– Un po’, anzi, in massima parte, bambini: si riesce a immaginare, scorrendo i capoversi, questo calciatore strappato all’infanzia da un allenatore che il primo giorno di allenamenti lo porta da una prostituta. Gli occhi spalancati di questo ragazzone (guardate la copertina) che vede arrivare soldi a palate, sesso a volontà, automobili, a patto di rispettare alcune regole e non chiaccherare.

Carlo Petrini è stato sicuramente un calciatore dallo spirito libero, ma sempre e comunque inserito come un ingranaggio in un sistema che non tollera intrusioni. Splendide le pagine di critica nei confronti del suo primo allenatore, nome (nume?), quello di Nereo Rocco, che difficilmente sentiamo criticare. E poi il girovagare (fatto raro, all’epoca) per le varie piazze d’Italia. Sembra di guardare un film nel quale cambia lo sfondo ma i protagonisti sono tutti uguali.

E poi, una volta delineato il personaggio, semplicemente tramite una cronaca dettagliata, le tragedie: trattato come la mela marcia ai tempi del calcio scommesse, e cacciato via da un sistema che lo ha creato, che dinamicamente lo ha usato ed ha restituito qualcosa (sesso e soldi), e che non ha esitato a scaricarlo al momento giusto.

Fin qui la recensione. Tralascio il seguito, che è umanamente importantissimo per Carlo, e straziante, e mortifero, ma credo di aver già scritto molto.

Tutto questo per dire cosa? Intanto per invitarvi a reperire informazioni non conformi.
E poi per esprimere la mia opinione.

Penso che il movimento ciclistico ultimamente qui in Italia abbia addosso meno pressioni del calcio. Ma credo che la situazione, a livello di maturazione dell’atleta, non sia troppo dissimile, almeno nei tratti distintivi, da quella descritta nel libro. Considero, nello specifico, Riccò come un prodotto del suo ambiente, che viene allontanato in questo momento come il marcio nero, quando in realtà probabilmente avrà tenuto una condotta simile a quella di tanti altri, che magari già oggi, o domani, o tra qualche anno, verranno scoperti e presi a calci nel (già martoriato da ore di sella) sedere.

Quello che non accetto è che i direttori sportivi (un po’ come i famosi dirigenti nel calcio) cadano perennemente dalle nuvole. Esistono baroni con decine di anni di esperienza nel mondo del ciclismo, e altrettanti corridori, guidati da loro, pizzicati positivi. E ogni volta è come la prima volta, quando dichiarazioneggiano parole dure di ‘condanna nei confronti di persone che hanno sbagliato’. Ma alle quali probabilmente è stato insegnato solo a sbagliare.

Alla fine domani c’è una nuova tappa:

“…c’è sempre un’altra stagione. Se perdi la finale di coppa in maggio puoi sempre aspettare il terzo turno in gennaio e che male c’è in questo?…..anzi è piuttosto confortante se ci pensi.” (Nick Hornby, da Fever Pitch)

Due cose

9 luglio, 2008

La prima: ancora che la gente dice che Dio non esiste. Da ragazzi, adolescenti, con una cassetta degli Smashing nelle orecchie, aspettavamo l’arrivo dell’estate per un solo motivo: acquistare il Cantante Corrirere dello Sport per poi portarcelo in posti tipo Autobus, Cesso, Negozio di dischi usati a Cipro, Zoppo e sprofondare nell’analisi del paginone con i movimenti di mercato, composto da:

<Squadra>

<Acquisti>
</Acquisti>
<Cessioni>
</Cessioni>
<Trattative>
</Trattative>

</Squadra>

e chissà che la fissa per l’XML non sia nata proprio da lì. Il link è questo:
http://sport.kataweb.it/calciomercato/A/

La seconda cosa è che vorrei condividere col mondo intero è uno splendido frammento che ho letto oggi nel romanzo corrente:

Lei […] aveva deciso di piantarlo.

“Perchè?” le aveva chiesto Felisìn.
“Non lo so…Credo che con te non troverò mai la sicurezza di cui una donna ha bisogno.”

L’anno successivo si era sposata con un fabbricante di porte blindate.

Voivod – Nothingface (1989)

3 marzo, 2008

I Voivod sono uno dei gruppi più geniali della storia della musica. Questa mia descrizione di uno tra i loro capolavori – Nothingface, correva l’anno 1989 – è da intendersi come una spinta a cercare i loro brani ed ascoltarli con attenzione. Già: i Voivod non sono certo un gruppo da amore al primo ascolto. Vanno scoperti e compresi, non senza fatica, a poco a poco. Magari leggendo la storia che c’è dietro. Cercando spiegazioni fantasiose ai loro scarabocchi futuristici. Tentando di trovare una improbabile retta via tra il network di suoni che compongono i brani dei loro ‘concettuali’ dischi.

Nothingface è, come tutti i dischi dei Voivod, il primo e l’ultimo sul genere. C’è dentro un metal dai riff compressi, dalle strutture complicate, dal fraseggio quasi litigioso tra i vari attori. Senza un vero protagonista.

Si parte, dopo la breve intro (quasi un aggiornamento di ‘Speak to me’) , con lo straniante labirinto di ‘The Unknown Knows’. È il basso che compone i muri spigolosi, rigidi, verso i quali veniamo sbattuti a velocità folle, trascinati solo dall’assurdo call-and-response del ritornello, fino ad arrivare al vortice liberatorio, del passaggio “Have some signs, come to me…”. Solo un attimo prima di essere sballottolati di nuovo nel labirinto. E uscirne ancora, grazie al basso che quasi ‘precedendo’ ci riconduce verso altri lidi. A sentire l’impennata epica di metà brano verrebe quasi da riesumare i fasti di certa psichedelia “minore”. Ma il finire degli anni 80 era epoca scura (accendevano mai la luce, i ggiovani, all’epoca?). E così una spirale che si snoda su un riff zoppicante del basso ci trascina fino alla fine, dove nel gorgo incontriamo addirittura una (…sic!) fisarmonica.
Dopo questo caos (che proviene da ipotesi probabilistiche) scalmo si passa subito all’esperienza della title-track. Che è difficile da raccontare riassunta. Se in realtà troviamo un punto fermo nella bella melodia del ritornello, è anche vero che essa compare poco nel brano. Il resto è un duello forsennato tra chitarra e basso, nello squarcio strumentale situato al centro del brano. Un rincorrersi ‘discretamente’, tra ostacoli cibernetici e astronavi distrutte.
Quello che segue è l’omaggio ossequioso ai maestri della psichedelia astronomica. I Pink Floyd di Astronomy Domine sono il fantasioso, estremista gruppo di Syd Barrett. E i Voivod, in punta di piedi eseguono un tentativo -a dirla tutta, velleitario – di accostarsi al maestro. Sulla sufficienza. Ma la materia è troppo complicata.
A ricordarci che questo è il disco di quattro grandi musicisti e non l’esercizio onanistico di un branco di studentelli dal rollaggio facile, arriva ‘Missing Sequences’, con quel suo riff terrificante all’inizio. Sommesso, bisbigliante, Snake ci introduce in un viaggio che ci porterà molto più lontano. Tra continui cambi di ritmo, melodie accattivanti, assonanze che valgono più di un assolo: “Stupendous flaking fume/Tremendous dancing doom”.
X-Ray Mirror, la seguente, è basata su un’atmosfera impossibile tutta giocata su riff che fanno a botte tra di loro, con la voce che tenta, un po’ ironica, di raccontare qualcosa, ma sembra spiazzata anch’essa dai continui scenari che gli si tratteggiano intorno.
Inner Combustion è un momento-chiave. Parte con un riff quasi rock. Prosegue con una strofa ritmata e incalzante fino al programmatico ritornello ‘Light! Rebounce’. Fino ad arrivare anche stavolta all’inevitabile scontro tra basso e chitarra che stavolta si risolve in un liquidissimo scambio quasi melodico.
Pre-Ignition, forse la più complicata da digerire, è la successiva. Asfissiante nei riff iniziali, con la voce arrabbiata a condurre le danze(?). Si risolve in un inquietante successione durante il bridge, e sembra finalmente aprirsi in quello che dovrebbe essere il ritornello. Ma è uno specchio per le allodole…Snake non molla, figurarsi gli altri due che costruiscono un pauroso tappeto ritmico dove finalmente possono sfidarsi.
Into my hypercube è l’altra perla melodica del disco. Epocale l’avvio, con Snake che intona disilluso “In my back yard…”, prima di tuffarsi in un disperato appello sostenuto da semplici schitarrate di Piggy.
Ma la quieta disperazione non è roba per canadesi (magari va bene per gli inglesi). Infatti a metà brano finalmente ritroviamo i due sfidanti basso-e-chitarra che possono di nuovo intraprendere trame complicate, elettromeccaniche per la gioia degli arzigogoli di Snake. Che solo verso la fine sembra riacciuffare quella freddezza triste iniziale, e usarla per ripiombare di nuovo nel labirinto.
Chiude l’Opera Sub-Effect. Quasi una summa di tutto ciò che abbiamo detto finora. Riff martellante iniziale, strofa melodica, bridge inquietante e – finalmente – lo scambio di cortesie centrale dei quattro. Con Snake che ad un tratto sentenzia ‘Too late, for S.O.S.’

Che dire oltre: visitate i link sottostanti, e state connessi…

http://forgotteninspace.tk/
www.myspace.com/forgotteninspace

Omaggi – Pellicani Oggi

10 febbraio, 2008

Scrivo questo post per registrare il primo commento di uno degli autori di un grandissimo blog che da un po’ migliora la rete con la sua presenza. Spero con queste tre righe di riuscire a ricalcarne un po’ lo stile, con i duemila collegamenti insensati a pagine di wikipedia di dubbia utilità e onnipresenti immagini del Molise:

Naturalmente scherzo, volevo solo scrivere un titolo in rima.

L’impresa #2 – Il tragitto.

1 febbraio, 2008

Avevo pensato ad un post di immagini e parole. Ma meglio le parole.

Dove eravamo rimasti all’epoca?
All’entrata della metro, Roma Nord-Ovest. Ci ritroviamo all’uscita. In piazzale Appio != Piazza S.Giovanni. Sulla sommità delle scale maggiordomi in gilet fosforescenti mi attendono e mi accolgono entrante nel mio pellegrinaggio, porgendomi riviste gratuite a volontà. Accetto, proseguo. Alla mia destra Coin, davanti, sempre sulla destra, Via Sannio. Alzo lo sguardo. San Giovanni è una delle basiliche di Roma. San Giovanni è vicina alla via Appia. Davanti San Giovanni c’è la Scala Santa, vicino al teatro Sala1. Dietro si erge der Obelisk. Non lontano il Colosseo, Porta San Sebastiano, l’Ardeatina, e tanti altri luoghi che grondano Storia. E le mezze figure, onesti mestieranti della retorica, che affollano i salotti televisivi, trasformano e offendono di continuo questo anfiteatro in una enorme piattaforma da comizio. Ma subito alzo lo sguardo e metto a tacere le derive antipolitiche. Da provare: Uscire dalla metro a S Giovanni e guardare in su. Dall’angolo tra la Coin e Via Sannio una Marcia dei Santi si erge su un tappeto di chiome di pino. ‘L’ Apostolo che egli amava’ trascina la mistica combriccola marmorea. E per un attimo il ciangottante popolo delle piazze ammutolisce, scompare.
Guadagno terreno e oltrepasso l’Arco. Oltre c’è l’apertura della Piazza, da sottofondere con la colonna sonora di C’era una volta il west (o Ritorno al futuro 3 – Chi mi elenca le somiglianze?). Corro sul mezzo. Di lenta carriera mi ritrovo a sinistra l’obelisco e a destra via Merulana.

“Sao ke kelle terre per kelle fini que ki contene, tanti anni le possette FELA…”

Più avanti, Via dell’Amba Aradam, l’azienda ospedaliera; giro a destra: la SMA “Georgiana”, Piazzale Ipponio.

Su di esso non c’è null’altro da dire. E null’altro da chiedere ad una piazza di semi-periferia. Rovine Romane, un parchetto, pietra; alberi oscuranti, palazzi coperti di smog, una scuola. E più in là, per una via in saliscendi che porta ad una piazza simile nei concetti, ma diversa negli sviluppi. Piazza Epiro, infatti, vive del suo mercatino appena restaurato. A destra fanno capolino le Mura.

Poi, a dire la verità, il mezzo non passa in via Populonia. Ma io per un attimo passo al gioco del facciamo. ‘Facciamo che scendo, percorro via Populonia a piedi, la descrivo, e raggiungo il mezzo in seguito?’
La via è un passaggio tra due spettacoli. Alla destra una successione di graffiti. ‘E questa la chiamate arte?’
A sinistra uno splendido anfiteatro fatto di palazzi che si affacciano su un terreno in costruzione (sole che batte sui campi di pallone, ecc…). Grumi di terra, e una casupola da geometri nel mezzo. Il tutto chiuso dietro una rete coperta da un telo bianco con squarci: inconcettuali, fuori dallo spazio, senza attese.

Più avanti ritrovo l’autobus. Sono lungo le mura. Mi accingo ad intraprendere l’Appia antica. La Storia permea ogni suo singolo sanpietrino (Domine Quo Vadis, Catacombe, Fosse Ardeatine, via dell’Annunziatella…). La campagna a destra e manca, e il mezzo sempre sul suo morbido corridoio di asfalto. Un bivio mi annuncia il prossimo arrivo. Scendo. Trovo risposta, più che mai negativa, alla domanda: “Esiste mai qualcosa al mondo, maggior di Roma?” – e un post su quest’ultima citazione non s’ha da fare, ne domani, ne al futuro.

DVD for Microsoft Windows™ , MAC OS X™, Linux, UNIX™

23 ottobre, 2007

Questa scritta campeggiava oggi sulla custodia di un DVD del software MATLAB, insuperabile suite scientifica che permette di fare tutto e il contrario di tutto con una facilità disarmante.
Dalla mia postazione di ‘lavoro’ ho gettato lo sguardo a questo trio di sigle e sono rimasto folgorato da un piccolo particolare.

Qualcuno lo ha notato?

Beh: Linux NON è un marchio. Basta e Punto, come disse ad un seminario uno dei miei miti.

In perfetta sintonia con la mia nuova lettura, NO LOGO di Naomi Klein, apro con questo post una categoria ormai stra-inflazionata sulla piattaforma WordPress: GNU/Linux. Non ho intenzione di mettermi a scrivere quegli splendidi how-to che affollano migliaia di blog, su come si installano gli effetti-desktop o su come avere a disposizione 15 kb di memoria in più, magari sui PC di oggi che assomigliano a delle workstation per animazioni quadridimensionali e che vengono usati per Posta-Porno-MSN.
Voglio solo dire che in questo momento un sistema operativo GNU/Linux è una alternativa semplice e performante. Qualche anno fa avvicinarsi a una distribuzione voleva dire perdere un paio di pomeriggi e ritrovarsi con un sistema utile per programmare ma di solito senza mouse, con un monitor nella migliore delle ipotesi sfarfallante, e con una scheda audio silente.
Oggi installare una distribuzione è semplicissimo. È possibile farlo anche direttamente da Windows. Se volete dimenticarvi l’esistenza dei virus, e fare tutto ciò che facevate prima, solo in maniera molto più semplice e, se vogliamo, elegante, provate:


Goodbye Microsoft™ - debian


Goodbye Microsoft™ - ubuntu

EDIT: Dimenticavo: provate, fate quello che volete, ma prima documentatevi! Se vi serve una mano posso anche aiutarvi, ma non venitemi a dire ‘Quando mi ha chiesto di partizionare ho detto si e mi ha cancellato tutte le foto e le faccine di MSN e ora non riesco più ad accendere il computer ecc…’ RTFM!

Zugà zugà

14 ottobre, 2007

Comincia (e non so se continuerà mai) con questo post la serie dei ‘ricordi di liceo’. Mi avvalgo in questo caso della collaborazione di Francesco ‘saturnino feroce’, che scrive in merito alle celebri parole greche:

Il prof A. assegnava, in quarto ginnasio, dei più a chi per alzata di mano rispondeva a delle domande che solitamente erano la conclusione di qualche declinazione. Quella volta aveva declinato quella parola e mancava solo il duale alzarono la mano sia P. che R. contemporaneamente (erano ancora vicini di banco dunque temporalmente siamo nei primi mesi di scuola). Il prof A. fece un cenno affinchè uno dei due rispondesse e R. disse zugà zugà, ma A. asserì che aveva alzato prima la mano P. e allora fece rispondere a lui che si limitò a ripetere ciò che aveva detto R. ( zugà zugà appunto) e il più se lo prese P. Da lì quelle due parole rimasero celebri.

L’impresa #1 – Antefatto

13 ottobre, 2007

La prima parte della giornata di venerdì 12 ottobre è stata tutta all’insegna del camminare.

Infatti trovandomi come al solito nel bel mezzo del traffico mattutino (poi mi si chiede il perchè esco di casa alle 7…praticamente fino alle 10 non si cammina più), alla fermata con un autobus che arrivava, ho tranquillamente fatto passare una signora prima di me. ‘Prego, prego’, ignaro che la signora era l’N_max di persone per quell’autobus. E invece di pensare ai collegamenti che questa cosa poteva avere con gli zeri della funzione di partizione, ho imprecato e mi sono diretto verso la fermata della metro a piedi. Il percorso è nervoso: mangia e bevi, per dirlo alla Cassani. Il traffico però offriva l’occasione di gareggiare con l’autobus che mi aveva rifiutato (l’uomo contro la macchina…). Sulla prima salita lo ho agevolmente staccato approfittando della combinazione curva + pendio + traffico. All’incrocio successivo l’autobus mi riprendeva ed io, costretto a seguire semafori e segnaletiche rimanevo attardato al gran premio della montagna. Così mi avviavo mesto sulla discesa, vedendo la sagoma oblunga del mezzo che ormai si avviava verso la via della fermata metro. Ma d’un tratto il traffico mi veniva ancora in aiuto. Arrivati all’inizio di Via Battistini ci affiancavamo, e ce la giocavamo sul rettilineo finale. Avrei voluto inebriarmi delle telecronache di Bulbarelli&Cassani, registrate sul mio telefonino, ma disgraziatamente avevo dimenticato l’infernale elettrodomestico a casa. Così, potendo contare solo sulle mie forze, procedevo del mio passo, staccando il famigerato 980 a 50 metri dall’arrivo, e a lui bloccato nel traffico, restava solo la rabbia di vedermi passare il tornello della metro A a braccia alzate tra due ali di folla festanti.

L’impresa

12 ottobre, 2007

Per principio non scrivo mai dalla mia postazione di ‘lavoro’. Ma oggi faccio uno strappo per dire che ho compiuto l’Impresa.

Causa sciopero mezzi periferici:

 S.Giovanni – Via Ardeatina,306
tempo di percorrenza: 1h
500 ml d’acqua assunti
mezzo di trasporto (chi mi guida e mi conduce…): i piedi!

 Seguiranno post sui miei task-unrelated thoughts durante il cammino.