Archive for the ‘recensioni’ Category

Facciamo Altro – un tributo a “Candore” degli Altro

17 luglio, 2012

Gli Altro sono uno tra i gruppi fondamentali per la musica italiana degli ultimi quindici anni. I loro dischi sono degli insiemi di brevissime comunicazioni di episodi. Eliminando via via tutti gli elementi superflui, le loro furiose canzoni diventano la trasposizione in musica di istanti carichi di emozioni.

Facciamo altro è un disco di cover dell’album “Candore” organizzato da “La Barberia

La copertina (da Rockit)

  1. I garzoni – Documento 1 – qualche suono / canto sussurato in sottofondo sotto un parlato. Senza senso.
  2. Capra – Documento 1 – distorsioni e suoni sconnessi, canto singhiozzante lontanissimo. Senza senso.
  3. Calorifero – Troppo Presto – suoni lontanissimi in sottofondo, uno che canta svogliatamente in garage. Senza senso.
  4. Amor Fou – Fratta – il riff di piano crea una atmosfera sinistra, la voce anche qui proveniente da non si sa dove. discrete distorsioni di quando in quando. Appena sufficiente.
  5. Ed – Ripresa – suonata (a quanto sento) con strumenti elettrici non amplificati. Atmosfera scarna, voce finalmente un po’ convinta, bella comparsata di un organo dissonante. Discreta.
  6. Cosmetic – Basta – una cover come l’avrebbero suonata i primissimi blonde redhead. Splendida.
  7. Modotti – Capitale – Riletta in chiave brit-pop sporco / psichedelia distorta. Voce strillata a raffica ma convincente. Bella coda strumentale. Sufficiente.
  8. Karibean – Pitagora – Bellissima l’interpretazione in chiave psichedelica / melodica dell’introduzione. Bella anche la rilettura “convenzionale” della strofa. Riescono nell’esperimento di farci vedere come sarebbero stati gli Altro se avessero scelto di essere un normale gruppo punk – indie. Molto buona.
  9. His Clancyness – Pitagora – L’idea è buona: dilatare le atmosfere, utilizzare bella schitarrata, inserire tappeti melodici in sottofondo, cantare in maniera chiara e scandita. Il risultato alla fine è un po’ troppo dispersivo ma non sgradevole. Buona.
  10. Be Forest – Persa – Citano un po’ i classici Jesus and Mary Chain, un po’ Chris Isaak, la gelida voce femminile (uno dei marchi di fabbrica dei nostri) fa il resto. Scarna l’atmosfera della prima parte; fluida, nauseabonda, squilibrata quella della seconda. Nel complesso buona.
  11. Wolther Goes Stranger – Costanza – non poteva mancare la cover synth-pop / elettronica psichedelica. Suoni gradevoli, voce svogliata. Sufficiente.

In generale: è difficile rileggere il prodotto (…) di un gruppo pressoché unico nel proprio genere. Non ho capito se cantare con voci non troppo convinte, piene di effetti e lasciate in lontananza fosse una scelta premeditata (magari una interpretazione del titolo “facciamo altro”): in ogni caso secondo me non è stata molto riuscita. L’estrema intensità del disco originale viene conservata solo in pochissimi episodi (davvero memorabile quello dei Cosmetic). Per il resto i più bravi ci hanno mostrato come le idee degli Altro richiedano estrema concisione, ermeticità e furia sonora: se elaborate e poi riprodotte in una convenzionale forma canzone diventano, pur se gradevoli, scialbe canzonette buone per uno share e nulla più.

1995 – Smashing Pumpkins – Mellon Collie and the Infinite Sadness (MCIS) [Ristampe]

3 gennaio, 2011

Mellon Collie and the Infinite Sadness – L’originale

In occasione dell’uscita del doppio “Mellon Collie and the infinite power”, rielaborazione dell’originale di 15 anni fa curata dagli Albanopower, due parole sullo storico disco degli Smashing Pumpkins, tanto per rendersi conto di cosa stiamo parlando. Questa recensione venne pubblicata originariamente qui.

Gli appunti sull’ascolto della nuova versione li trovate qui.

Molti tra gli adolescenti quadratici medi di fine anni ’90 si sono nutriti dello spleen di una delle opere più affascinanti del combo guidato da Billy Corgan (prima che tutti lo chiedano: non so se era lui il fratello di supervicky). Disco lungo, per molti aspetti pomposo e ridondante. Se avessero compresso le tracce migliori in un solo disco saremmo di fronte ad un capolavoro immortale. Alla fine della recensione troverete una ideale tracklist che seleziona le mie canzoni preferite, le dispone in una scaletta ideale, e che dura tanto da stare in un solo disco.
Ma veniamo al dunque: Mellon Collie è una raccolta di canzoni (checchè ne dica il buon Corgan, non vedo nessun concept omogeneo dietro alla miriade di brani) che spaziano su molti generi. Se volete assaporare un affresco dei vari stati d’animo di un ragazzetto perso nei labirinti dei problemi personali e preso ogni tanto da slanci nichilisti e egocentrici, questo è il disco che fa per voi.
I brani buoni sono tanti, a partire dal pianoforte struggente della title-track.
Nella categoria “inni generazionali”, della quale Corgan è uno dei leader indiscussi, fanno parte Zero, Bullet with butterfly wings, Thru the eyes of ruby, Muzzle, Here is no why e Bodies. Brani che attraverso la distorsione corposa (un decennio di grunge ha insegnato molto al gruppo, che però spesso si lascia sedurre anche da velleità rumoristiche, con risultati di dubbio gusto…) e la voce stridula ed egocentrica di Corgan costruiscono atmosfere oscure rotte da ritornelli epici (vero punto di forza di quello che era, innanzitutto, un gruppo rock). Chi non ha mai registrato una cassettina (vogliamo ricordare i tempi delle compilation su nastro, descritte dal pioniere Hornby in Alta Fedeltà?) che iniziava con “the world is a vampire”.
Del succitato lotto Bodies, seconda traccia della seconda parte, svetta come il ritornello migliore, per la grossa(nel senso di grezza) distorsione, per alcune aperture con testo azzeccato, per il testo che è da solo un aforisma generazionale: “love is suicide”. Zero e Bullet sono pietre miliari delle schiere di gruppi da scantinato, che spesso le inseriscono nelle loro serate. Zero merita anche una parentesi a parte per il discorso magliette. Difficile trovare uno slogan così potente e immediato come la mitica t-shirt nera con scritta e stella grigia. Una specie di divisa del popolo delle zucche…
Diverso è il discorso per l’altro grande blocco di pezzi, che è quello delle ballad. In bilico tra l’esercizio pop ben riuscito e la lagna, Corgan mette in fila un bel filotto di schitarrate da far invidia ai maestri della melodia (Gigi d’Alessio,siediti che non parlavo di te…). Andiamo ad elencarle: Tonight Tonight, To forgive, Love, Cupid de locke, Take me down, Thirty-three, In the arms of sleep, 1979, Stumbleine, We only came out at night.
Sicuramente Tonight tonight rimane uno dei brani meglio riusciti del gruppo. Bellissimo anche il video, in cui immagini ed esplosioni sonore si compenetrano alla perfezione. L’uso degli archi risulta riuscito, poichè si mantiene appena un pelo sotto il pacchiano, cosa rara quando si incontrano violini e chitarre distorte (un esempio: November Rain dei Guns ‘n’roses). 1979 è l’episodio più riuscito a mio avviso, poichè coniuga minimalismo, buona melodia, voce tranquilla. Una tra le ballad più serene scritte da gruppi “tristi”. Stumbleine inoltre nella sua semplicità è una canzone disillusa che si inserisce nel filone, iniziato dai Velvet Underground 30 anni prima, delle “fotografie metropolitane notturne”.
L’ultimo blocco comprende i tentativi sperimentali e la mondezza. Scusate gli eufemismi, ma le pose da gruppo alternativo che ogni tanto figurano in questo disco fanno ridere i polli. Esempi: Tales of a schorched earth, an ode to no one (con tanto di insulto nel titolo, messo tra parentesi), where boys fear to tread, beautiful, lily, e altre che ora dimentico. Corgan e compagni sembrano voler piazzare qua e là qualche pezzo fatto di distorsioni o di strumentazione elettronica quasi a voler dimostrare di essere un gruppo alternativo “militante”. La mia opinione: cari smashing pumpkins, siete stati un gran bel gruppo grunge, avete consegnato ai nostri stereo e ai nostri pomeriggi tutti walkman e camminate di periferia dei ritornelli memorabili, perchè atteggiarsi a sperimentatori?
Mellon Collie è uno degli affreschi più lucidi ed eterogenei del quasi-grigiore che permea certi periodi nell’adolescenza. È un disco che avrà fatto prendere in mano la chitarra (o il basso) a centinaia di migliaia di ragazzi in tutto il mondo.

Una possibile tracklist ideale:

1. Bullet with butterfly wings
2. Tonight tonight
3. Zero
4. Stumbleine
5. Love
6. Here is no why
7. We only came out at night
8. Thirty-three
9. Muzzle
10. Thru the eyes of ruby
11. Bodies
12. 1979

Television – Marquee Moon (1977) [Ristampe]

6 ottobre, 2009

“Vi insegno io a suonare la chitarra…”
Forse Tom Verlaine all’epoca si rivolse così a tutti quelli che concepivano l’arte delle sei corde come una masturbazione continua e anorgasmica dello strumento…
I Television si sviluppano intorno allo strumento principe del rock, rivoluzionandone il concetto. Se 10 anni prima Barrett la aveva utilizzata per sconfinare nella psichedelia rumoristica, e Tony Iommy all’inizio dei ’70 di fatto stabilisce cosa significa “riff”, Verlaine invece utilizza la chitarra per dipingere figure in movimento che si muovono su uno scenario trateggiato dal suo comprimario. 8 pezzi, 8 rappresentazioni, per entrare nella storia della musica tra i musicisti “immaginifici” .
Si parte forte con “I see no evil” dove emerge l’anima più movimentata della band. Ma subito Venus, il secondo storico pezzo dell’LP chiarisce i ruoli. Frase malinconica di chitarra ripetuta fino alla nausea, sezione ritmica corposa e canto tra l’ingenuo e lo straniato. La ballata Guiding Light lascia affiorare lo parte triste e disillusa della band, mentre brani come Friction e Prove it si ricollegano all’atmosfera che permea il brano iniziale. Elevation è un ritratto simile a Venus, appena più freddo, appena più straniato. Chiude il disco Torn Curtain, lenta litania dove la disperazione di Verlaine viene fuori accompagnata da una chitarra che ricama, ma è come se ricamasse con un ago affilato direttamente sulla nostra pelle.
Il capolavoro del disco è la title-track. 9 minuti introdotti da una sottofondo chitarristico marziale, incessante, supportato da una sezione ritmica mai invadente ma sempre, inesorabilmente, pulsante. Noi siamo semplicemente spettatori di un artista che dipinge sopra questo sfondo. Da momenti più astratti (quasi concettuali) a parti figurate. E il ritornello che spesso giunge come una liberazione. Quello che non manca mai è il pulsare incessante della ritmica di sottofondo. Idea stra-imitata (2 esempi? gli ermetici Blonde Redhead in “Water”, gli intellettualoidi Baustelle in “La guerra è finita”…).
A mio avviso uno dei dischi da avere per capire tante cose: come si può essere grandi chitarristi della storia del rock senza aver mai fatto una videocassetta-seminario; come si può essere insieme musicisti rock e “pittori”; come si può costruire una delle copertine più significative della storia semplicemente rappresentando i componenti della band; come si possono visualizzare immagini stranianti e in movimento semplicemente ascoltando una canzone.

Divenere – IN/VERNO

15 ottobre, 2008
Divenere @ Alien Club il 17 ottobre

I Divenere sono, tra i gruppi emergenti italiani, uno dei più intelligenti. Il loro sound negli anni si sta evolvendo, e chissà dove potranno arrivare se continueranno ad essere così dinamici.
Il combo è schierato a 4, in una classica formazione voce-chitarra, chitarra, basso, batteria e suona un rock fatto innanzitutto di canzoni, ben composte ed incisive. Su questa struttura si inseriscono spesso digressioni elettroniche ricche di effetti ed atmosfera.
Senza avere punti di riferimento specifici, i principali termini di paragone per l’attuale sound dei Divenere sono gruppi come Editors, Interpol e, nei momenti più dilatati, gli ultimi lavori dei Verdena.
La formula dei brani è costituita da una ritmica fantasiosa ma diretta ed efficacie, e un intrecio tra le due chitarre ed il basso mutuato dalla migliore scena indipendente. La voce, eterea e peculiare, si inserisce su questo insieme come complemento, senza velleità di protagonismo.

Il disco, dunque, parte forte con “luce dal tuo blu”. Introdotto da un synth “ventoso”, si trasforma subito in una cavalcata dove litigano chitarra e voce, con un pianoforte che fa capolino inquietante. Il mood è quello delle grandi canzoni indie. Malato, asettico, sfocia nell’ inevitabile apertura melodica del ritornello: neo-psichedelia pura (ad un tratto, addirittura il coro sintetico che fa molto Arcade Fire), per partire alla grande.
La successiva “Stella Muore” è indie-rock da accademia. Schitarrata iniziale, ritmica chiusa con arpeggi spinosi, e voce lacerata, fino al ritornello disilluso (chessarà/domani). Gli arpeggi in crescendo del break si candidano ad accompagnamento ideale per crepuscoli sofferti nelle camerette dei giòvani alternativi.
Monochromatic butterfly è un po’ il loro tributo, ordinato e straniante, sia ai Joy Division (nella ritmica), sia al synth-pop. Su tutto e tutti una voce che sfodera una delle prove migliori di tutto l’album: gelida, distaccata, filtrata, prende il pezzo per mano e gli conferisce un piglio da grande canzone.
Probabilmente “Sweet time” è la migliore melodia del disco. Il gruppo trova la quadratura negli scambi iniziali: batteria aperta, arpeggi invadenti, linee vocali fatte di una nenia di vocali ripetute. Il ritornello liberatorio con la strofa ripetuta fino alla nausea suona efficacissimo. Per chi scrive, il brano migliore.
“Novembre” è un punto di svolta del disco. Presente nel repertorio della band fin dalle prime, timide, registrazioni, il brano ci regala due minuti abbondanti di atmosfera asfissiante, costruita su una spirale di synth e batteria terrorifica. Il tutto è completato dall’inquietante frammento: novembre-non-è-mai-stato-così-semplice, in equilibrio tra nonsense e malinconia, che chiude il cerchio in maniera davvero significativa.
La stessa elettronica ci introduce alla successiva “Sirena d’Inverno”. Nelle strofe si accavallano chitarre, voce sorniona e pianoforte che – pur restando sottofondo sottomesso – si rivela fondamentale. Il ritornello, introdotto da una sventagliata di chitarre, è un esempio lampante dell’arte del gruppo: batterira soffocante, chitarre distorte e pastose, voce affranta e disperata.
Difficile piazzare un altro brano dopo una simile lavata di capo. “Lost Song”, forse già dal titolo, si rivela più confusionaria. Dichiaratamente psichedelica (ricalca,a tratti, le atmosfere del secondo disco di Mellon Collie & the Infinite Sadness). Sembra però smarrire la consapevolezza che caratterizza i momenti migliori della band. Il riuscito ritornello sembra comunque presagire che una forma canzone del genere potrà in futuro portare a risultati migliori.
“Gas”, forse la più marziale, si inserisce in un filone situato nel crocevia tra Editors, Subsonica, e post-rock. Se le strofe suonano arrabbiate ed elettroniche, gli accordi dilatati del ritornello accompagnati da una voce roca conferiscono al tutto una sorta di inquietante liquidità.
Il minuto di voce thriller su un tappeto da ballad esotica di “Sere”, riprende il discorso di “Novembre” e funge da viatico ideale per l’uno-due finale.
Infatti “Solo noi-a” parte con un riff ai limiti del metal, e sfrutta il crescendo di tensione che si crea nelle strofe. La coda è il tentativo più audace di sconfinare nel progressive (chi ha detto Porcupine Tree?).
Chide il lotto “Silenzio=tragedia”, che è una sorta di “take-home-message” di tutto quello che abbiamo sentito finora. riff corposo, note taglienti di chitarra, piano percussivo, batteria ispirata ed efficace. Il tutto a costruire una atmosfera epica, inquietante e leggermente disperata.

Se esistesse una colonna sonora per lo spleen del nuovo millennio, probabilmente a comporla sarebbero i Divenere.

http://www.diveneremusic.com/
http://www.myspace.com/diveneremusic
http://www.myspace.com/divenerefanspace

Il video di “Stella Muore”:

Divenere @ Alien Club il 17 ottobre
Divenere @ Alien Club il 17 ottobre

Gallara – Gallara – 03

30 agosto, 2008

Scarica il disco.

Al ritorno dalla sosta estiva ci rituffiamo nell’universo di Jamendo.

Ricordo che il goal è quello di dare una festa completamente libera, dove quando si miscelano gli MP3 con Mixxx non dobbiamo redigere un alibi degno della Berlusconi-Schifani, e magari a fine festa possiamo pure distribuire un cd – o un supporto USB brulè – la musica che abbiamo diffuso, senza patemi d’animo e rimorsi di coscienza.

Ora: si è già commentato lo splendido lavoro dei Pornophonique, segnalato dal buon villamaina. Adesso ci apprestiamo a commentare una segnalazione di gloop, aka il riccetto: “I Gallara“.

Non conosco informazioni sulla bio del gruppo. Ho solo in mano questo prodotto – 3 pezzi 3.

A farla da padrone è sicuramente la cavalcata “I diafanoidi attaccano da Marte”. Quasi nove minuti di un frullato che mescola psichedelia, hard rock e lounge in un “cocktail micidiale” che arte con una manciata di accordi: un riff quasi accademico, sovrapposo ad una voce che fa molto telecronca anni ’70. Il riff – ingenuo – prosegue fungendo da fondamenta per le irrazionali sparate del resto del gruppo: siano esse sequenze “concrete” di effettistica, o di nuovo telecronaca, o ancora schitarrate gonfie di distorsione (più di un overdrive, ma meno di un metal zone), e gravide di wah-wah. Cavalca, il pezzo, come un cowboy al quale stiano fottendo la terra, interrotto da roventi e regolari squarci di hammond e cronaca. Un racconto della discesa di astronavi che si inserisce in pieno nel filone dei cartoni animati catastrofici. “A saucerful of secrets” ha insegnato tutto ai Gallara, visto che il brano, dopo l’impennata frenetica circa a metà, si risolve (un po’ come le righe del sodio in un reticolo di diffrazione), con un landscape epico fatto di hammond, chitarre distorte, e batterismo aperto e rassegnato. Chiude l’evento una sequenza rumorosa, quasi a suggellare l’avvenuto e totale omaggio ai primi Pink Floyd.

Gli altri brani sono anch’essi molto interessanti, ma sicuramente meno spettacolari.

“L’amantide” è un bell’entertainment costruito su un riff giocato tra basso batteria ed organo, che disegna spirali degne delle colonne sonore dei seventies, manco dovesse apparire da un momento all’altro un composto di capello crespo-occhiale-completo bianco scampanato e i SOCK-BAM-PUNCH sottolineati dai fiati. Gradevoli gli scambi tra chitarra e organo, supportati dai buoni effetti ritmici di sottofondo. Alla fine è un ottimo brano per accompagnare i vostri slide-show su Flickr.

“Il grande colpo dei 4 uomini d’oro” rivela – se ce ne fosse stato ancora il bisogno – l’anima più lounge e sound-track-friendly. I Gallara costruiscono un labirinto sonoro sghembo e povero di riferimenti. La progressione umida e colorata esplode in un PA-PA-PA, risposta psichedelica al PO-PO-PO, che dall’alto delle colline bolognesi (sbaglio, gloop?) appare come una versione lisergica dei Ricchi e Poveri (magari feat Ligabue, che pure ha fatto del PA-PA-PA uno dei suoi messaggi più incisivi).

Così, per chiudere, posso solo rinnovare l’invito a scaricare, visto che è gratuito e completamente legale, il disco dei Gallara, e aggiungere “I diafanoidi attaccano da Marte” alla vostra Jamendo-Compilation.

Fango

17 luglio, 2008
Ultimamente ‘ Fango’ è una parola che ricorre:

e oggi sta rimbalzando tra i tg e nella blogosfera.

Infatti Riccò, protagonista assoluto al tour è stato arrestato (!) perchè positivo ad un test antidoping. Sento già il rumore della tastiera di qualche editorialista che scriverà un bel corsivo sul genere ‘Un ciclismo malato’ e affini.

In realtà questo post riguarda un libro.

Qualche anno fa mi regalarono uno splendido romanzo, ‘Nel fango del Dio Pallone’, di Carlo Petrini (parentesi: se googlate vi uscirà fuori probabilmente un sacco di roba sull’omonimo fondatore di slow food), ex-calciatore molto popolare negli anni ’70. Qui potete vedere una sua intervista da parte dell’ottimo Diego Bianchi, aka Zoro.

Carlo Petrini, nella sua narrazione vera, veristica, spietata prima di tutto con se stesso, racconta la sua vita, come quella di un calciatore qualsiasi, piuttosto bravo, con una buona carriera. La cosa sorprendente è che non tralascia alcun particolare, e piano piano, andando avanti nelle pagine, si capisce quanto di spregevole c’è nel mondo del calcio, e di come i calciatori non ne siano protagonisti, bensì personaggi che recitano un ruolo complesso, con diverse sfaccettature anche conflittuali. Questo ‘ruolo’ è composto da alcuni tratti, non perfettamente distinti, ma più o meno distinguibili:

– Un po’ vittime: le iniezioni fatte prima della partita, con la stessa siringa infilata in 4-5 culi differenti. Cavie da laboratorio per sperimentazioni di presunti guaritori e santoni. Tutto questo al servizio della presenza in campo (anche qui un ruolo che sta tra la responsabilità di dover scendere in campo a causa delle proprie qualità, e il doversi far vedere dai tifosi);

– Un po’ eroi: da brivido il racconto di un giocatore che si sacrifica per provare la nuova sostanza e che quasi ci rimane secco. Ammirato per il gesto dai compagni di spogliatoio, ma sempre in silenzio. E qui veniamo al passo successivo;

– Un po’ mafiosi: ma non certo padrini, piuttosto ‘onesti’ mestieranti. Massima omertà: non si parla mai nè delle pratiche dopanti, nè delle frequenti combine tra squadre per un risultato tranquillo, nè del fatto che un giocatore si porti a letto la moglie di un altro. Massimo silenzio;

– Un po’ lussuriosi: le scopate, continue, con donne sempre pronte, promiscue, sono uno dei pochi argomenti di discussione durante i ritiri. Insieme alle macchine o all’ultima moda del momento (a metà anni ’70? le pistole). Pagine intere di avventure sessuali e di modelli di automobili, dalla prima alla fine degli anni ’60, quando Carlo giocava nel Milan;

– Un po’, anzi, in massima parte, bambini: si riesce a immaginare, scorrendo i capoversi, questo calciatore strappato all’infanzia da un allenatore che il primo giorno di allenamenti lo porta da una prostituta. Gli occhi spalancati di questo ragazzone (guardate la copertina) che vede arrivare soldi a palate, sesso a volontà, automobili, a patto di rispettare alcune regole e non chiaccherare.

Carlo Petrini è stato sicuramente un calciatore dallo spirito libero, ma sempre e comunque inserito come un ingranaggio in un sistema che non tollera intrusioni. Splendide le pagine di critica nei confronti del suo primo allenatore, nome (nume?), quello di Nereo Rocco, che difficilmente sentiamo criticare. E poi il girovagare (fatto raro, all’epoca) per le varie piazze d’Italia. Sembra di guardare un film nel quale cambia lo sfondo ma i protagonisti sono tutti uguali.

E poi, una volta delineato il personaggio, semplicemente tramite una cronaca dettagliata, le tragedie: trattato come la mela marcia ai tempi del calcio scommesse, e cacciato via da un sistema che lo ha creato, che dinamicamente lo ha usato ed ha restituito qualcosa (sesso e soldi), e che non ha esitato a scaricarlo al momento giusto.

Fin qui la recensione. Tralascio il seguito, che è umanamente importantissimo per Carlo, e straziante, e mortifero, ma credo di aver già scritto molto.

Tutto questo per dire cosa? Intanto per invitarvi a reperire informazioni non conformi.
E poi per esprimere la mia opinione.

Penso che il movimento ciclistico ultimamente qui in Italia abbia addosso meno pressioni del calcio. Ma credo che la situazione, a livello di maturazione dell’atleta, non sia troppo dissimile, almeno nei tratti distintivi, da quella descritta nel libro. Considero, nello specifico, Riccò come un prodotto del suo ambiente, che viene allontanato in questo momento come il marcio nero, quando in realtà probabilmente avrà tenuto una condotta simile a quella di tanti altri, che magari già oggi, o domani, o tra qualche anno, verranno scoperti e presi a calci nel (già martoriato da ore di sella) sedere.

Quello che non accetto è che i direttori sportivi (un po’ come i famosi dirigenti nel calcio) cadano perennemente dalle nuvole. Esistono baroni con decine di anni di esperienza nel mondo del ciclismo, e altrettanti corridori, guidati da loro, pizzicati positivi. E ogni volta è come la prima volta, quando dichiarazioneggiano parole dure di ‘condanna nei confronti di persone che hanno sbagliato’. Ma alle quali probabilmente è stato insegnato solo a sbagliare.

Alla fine domani c’è una nuova tappa:

“…c’è sempre un’altra stagione. Se perdi la finale di coppa in maggio puoi sempre aspettare il terzo turno in gennaio e che male c’è in questo?…..anzi è piuttosto confortante se ci pensi.” (Nick Hornby, da Fever Pitch)

Fonderia Romana – Fonderia Romana (2008)

12 aprile, 2008

Scrivere su un debut-album è sempre una faccenda complicata. Non si può indugiare in raffronti con le opere precedenti, non si può avere il beneficio del pregiudizio, non si può accusare la band di commercializzazione.

La Fonderia Romana è un combo costituito da cinque personalità ben distinte che sembrano provenire da universi molto differenti. Il gioco (inglesismo) che propongono è un funk-rock ballabile dalle tinte psichedeliche. L’ossatura dei brani sta nella sezione ritmica fatta di basso pulsante e onnipresente insieme con una batteria essenziale ed efficace. Su questo tappeto (da fachiro) si sfidano e si rincorrono tastiere e chitarra. Nel momento in cui la cantante riesce a prendere tutti per mano dosando gli squilibri, scaturiscono melodie gradevoli e trascinanti.

Il disco, dunque.

Si parte forte con “Voci”. Già ascoltata sul demo, inizia con un riff di basso da accademia del funk, tastiera colorata e litania incessante, più onomatopeica che narrativa (grande punto di forza, devo dire).
La successiva title-track è sufficientemente programmatica. Basso-tastiera che altalenano ritmicamente, contraltate da una chitarra carica di elettricità fino all’inevitabile intermezzo balla-e-ascolta. Ottima per diffondere il monicker-slogan.
In “Senza Orme” viene fuori più chiaramente la personalità della chitarra: una sintesi democratica di Hendrix e Max Casacci, che saltella sul groove costruito dagli altri.
Segue un trittico cruciale.
“Libere Evasioni” è il brano migliore del disco, a mio avviso. Si potrebbe dire che è semplicemente la canzone che i Subsonica non sono più capaci di scrivere. Parte con una frase sommessa di tastiera, dove si inserisce una voce disillusa ma già sorniona. Irrompe il basso, a calciare via la calma, e via si ricomincia col ritmo forte. Per poi ritornare nella strofa, al racconto intimo della voce. Da brividi il frammento “Forse / il mondo è un’ illusione / e l’arte è sua evasione”. Termina con una specie di risata che introduce un po’ alla successiva Ironia.
Se “Libere Evasioni” è la sintesi, “Ironia” è un bel pezzo di tesi. Il lato più raccolto delle sonorità del gruppo viene fuori bene, nella strofa, grazie ad un arpeggio “classico” e delle gradevoli linee vocali. Fino ad arrivare all’imprevedibile break forsennatamente psichedelico, ricco di effettistica e controcanti.
La ‘Nube dell’Ignoto’ è probabilmente uno dei brani-chiave dei concerti, per la sua esplosività controllata. Parte con un sostenuto groove pieno di effetti, con un testo quasi criptico, e scivola liquida verso un finale.

‘D.N.A.’ è puro funk-pop italiano: strofa più tranquilla, classico ritornello liberatorio (oggi-la-vita-ritorna ecc…) e assolo avventuroso (apropos: si, la citazione di purple haze è arrivata). ‘Viaggi di mente’ la avevamo già apprezzata sul demo. Brano dalle velleità più sperimentali, che riesce a mantenersi entro i binari della pragmaticità, con gli ottimi cambi di ritmo e con un intermezzo rappato (dalle rime un po’ ingenue, a dire la verità).
Il microsolco volge al termine (consentitemi questa citazione) con ‘Music Trip’, che è un po’ una bella summa di tutto quello che è stato detto fino adesso. Linee razionali (almeno quanto può esserlo la scienza sperimentale) del basso, borborigmi elettrici della chitarra, tastiere psichedeliche al punto giusto, e ritornello trascinante (I believe in funk).
Chiude l’opera la cover. Ottima scelta, questa, per un gruppo che vuole farsi conoscere. E ottima la cover. Un De Andrè di annata, con uno dei migliori riff in tutta la produzione del Faber. ‘Il Bombarolo’ viene ridisegnata come una cavalcata raggamuffin, interpretata magistralmente dalla cantante, che recita bene le parti più tranquille, e esibisce un tono da cazziatone nel ritornello.

Fin qui il disco.

La Fonderia Romana ha tra i suoi punti di forza una capacità di scrivere melodie e ritornelli memorabili, di impatto, e trascinanti. Tra le dolenti note, il disco soffre come tutti i debut di una leggera eterogeneità. In realtà la mia chiave di lettura preferita sta nell’importanza del logo. ‘Fonderia Romana’ lo si trova in giro per la città, e garantisce diffusione a costo zero. In più racchiude a mio avviso, in un solo simbolo, due aggettivi importanti nel progetto della band: metropolitana e vintage.

E al futuro per i prossimi sviluppi.

Voivod – Nothingface (1989)

3 marzo, 2008

I Voivod sono uno dei gruppi più geniali della storia della musica. Questa mia descrizione di uno tra i loro capolavori – Nothingface, correva l’anno 1989 – è da intendersi come una spinta a cercare i loro brani ed ascoltarli con attenzione. Già: i Voivod non sono certo un gruppo da amore al primo ascolto. Vanno scoperti e compresi, non senza fatica, a poco a poco. Magari leggendo la storia che c’è dietro. Cercando spiegazioni fantasiose ai loro scarabocchi futuristici. Tentando di trovare una improbabile retta via tra il network di suoni che compongono i brani dei loro ‘concettuali’ dischi.

Nothingface è, come tutti i dischi dei Voivod, il primo e l’ultimo sul genere. C’è dentro un metal dai riff compressi, dalle strutture complicate, dal fraseggio quasi litigioso tra i vari attori. Senza un vero protagonista.

Si parte, dopo la breve intro (quasi un aggiornamento di ‘Speak to me’) , con lo straniante labirinto di ‘The Unknown Knows’. È il basso che compone i muri spigolosi, rigidi, verso i quali veniamo sbattuti a velocità folle, trascinati solo dall’assurdo call-and-response del ritornello, fino ad arrivare al vortice liberatorio, del passaggio “Have some signs, come to me…”. Solo un attimo prima di essere sballottolati di nuovo nel labirinto. E uscirne ancora, grazie al basso che quasi ‘precedendo’ ci riconduce verso altri lidi. A sentire l’impennata epica di metà brano verrebe quasi da riesumare i fasti di certa psichedelia “minore”. Ma il finire degli anni 80 era epoca scura (accendevano mai la luce, i ggiovani, all’epoca?). E così una spirale che si snoda su un riff zoppicante del basso ci trascina fino alla fine, dove nel gorgo incontriamo addirittura una (…sic!) fisarmonica.
Dopo questo caos (che proviene da ipotesi probabilistiche) scalmo si passa subito all’esperienza della title-track. Che è difficile da raccontare riassunta. Se in realtà troviamo un punto fermo nella bella melodia del ritornello, è anche vero che essa compare poco nel brano. Il resto è un duello forsennato tra chitarra e basso, nello squarcio strumentale situato al centro del brano. Un rincorrersi ‘discretamente’, tra ostacoli cibernetici e astronavi distrutte.
Quello che segue è l’omaggio ossequioso ai maestri della psichedelia astronomica. I Pink Floyd di Astronomy Domine sono il fantasioso, estremista gruppo di Syd Barrett. E i Voivod, in punta di piedi eseguono un tentativo -a dirla tutta, velleitario – di accostarsi al maestro. Sulla sufficienza. Ma la materia è troppo complicata.
A ricordarci che questo è il disco di quattro grandi musicisti e non l’esercizio onanistico di un branco di studentelli dal rollaggio facile, arriva ‘Missing Sequences’, con quel suo riff terrificante all’inizio. Sommesso, bisbigliante, Snake ci introduce in un viaggio che ci porterà molto più lontano. Tra continui cambi di ritmo, melodie accattivanti, assonanze che valgono più di un assolo: “Stupendous flaking fume/Tremendous dancing doom”.
X-Ray Mirror, la seguente, è basata su un’atmosfera impossibile tutta giocata su riff che fanno a botte tra di loro, con la voce che tenta, un po’ ironica, di raccontare qualcosa, ma sembra spiazzata anch’essa dai continui scenari che gli si tratteggiano intorno.
Inner Combustion è un momento-chiave. Parte con un riff quasi rock. Prosegue con una strofa ritmata e incalzante fino al programmatico ritornello ‘Light! Rebounce’. Fino ad arrivare anche stavolta all’inevitabile scontro tra basso e chitarra che stavolta si risolve in un liquidissimo scambio quasi melodico.
Pre-Ignition, forse la più complicata da digerire, è la successiva. Asfissiante nei riff iniziali, con la voce arrabbiata a condurre le danze(?). Si risolve in un inquietante successione durante il bridge, e sembra finalmente aprirsi in quello che dovrebbe essere il ritornello. Ma è uno specchio per le allodole…Snake non molla, figurarsi gli altri due che costruiscono un pauroso tappeto ritmico dove finalmente possono sfidarsi.
Into my hypercube è l’altra perla melodica del disco. Epocale l’avvio, con Snake che intona disilluso “In my back yard…”, prima di tuffarsi in un disperato appello sostenuto da semplici schitarrate di Piggy.
Ma la quieta disperazione non è roba per canadesi (magari va bene per gli inglesi). Infatti a metà brano finalmente ritroviamo i due sfidanti basso-e-chitarra che possono di nuovo intraprendere trame complicate, elettromeccaniche per la gioia degli arzigogoli di Snake. Che solo verso la fine sembra riacciuffare quella freddezza triste iniziale, e usarla per ripiombare di nuovo nel labirinto.
Chiude l’Opera Sub-Effect. Quasi una summa di tutto ciò che abbiamo detto finora. Riff martellante iniziale, strofa melodica, bridge inquietante e – finalmente – lo scambio di cortesie centrale dei quattro. Con Snake che ad un tratto sentenzia ‘Too late, for S.O.S.’

Che dire oltre: visitate i link sottostanti, e state connessi…

http://forgotteninspace.tk/
www.myspace.com/forgotteninspace

Pornophonique – 8-bit lagerfeuer

17 febbraio, 2008

Parlare di questo gruppo va oltre lo scrivere una ordinaria recensione. Infatti i Pornophonique non sono uno di quei gruppi dei quali si comprano i dischi alla FNAC. Distribuiscono liberamente la loro musica nella comunità di Jamendo (grazie a Dario per avermelo consigliato). È un progetto interessantissimo che mira a promuovere l’arte in sè. La licenza con cui vengono rilasciate le opere su Jamendo è simile a quella del kernel Linux e dei programmi del progetto GNU.

Da oggi anche i contenuti di questo blog sono liberamente riproducibili a patto di citare la fonte.

Jamendo è un punto di partenza per una vera rivoluzione. Ed è anni luce più avanti dalle pugnette che mettono in giro alcuni sedicenti rivoluzionari gruppi di oggi.

Ma bando alle polemiche: facciamo che il nostro scopo sarà quello di avere una collezione di canzoni per poter dare una festa completamente Copyright-free. Partiremo proprio da

Pornophonique – 8-bit lagerfeuer

Si parte fortissimo con l’inno ‘Sad Robot’. Una melodia pop di quattro note suonate con un fischio elettronico che potrebbe essere un synth, ma anche un disturbo di antenna. Schitarrata acustica e ritmo easy accompagnano la bella voce che declama lo slogan del titolo per un brano di impatto adatto a tante situazioni diverse.
‘Take me to the bonuslevel because I need an extralife’ è un trascinante brano che ha come ossatura una bella melodia un po’ malinconica, sostenuta da una ritmica trascinante e lacerata dai duemila effetti da videogame presi pari pari dalle antiche schede audio dei C64. Nella successiva ‘Lemmings in Love’ arrivano gli echi di tutto il krautrock (Faust in primis, per l’ironia sottile che permea tutto il brano), con cori femminili, e ritornello strumentale. Uno squarcio fatto da ghirigori di synth che ci proiettano nella psichedelia di sogno suicida dei mitici animaletti.
Space invaders è il brano più duro del lotto (e degli otto…o_0). Parte chiuso con una voce compressissima e una ritmica marziale che neanche i VNV nation, e si sviluppa su questa linea, esaltando l’urlo del cantante e i riusciti passaggi chitarra-synth inframezzati da effetti da videogame.
‘I wanna be a machine’, quasi una dichiarazione programmatica, invece, è intrisa di atmosfere piuttosto romantiche. La voce si staglia su un bel riff che ricalca tanti stilemi (Babylon Zoo? Depeche Mode?) ed esplode nell’inno del ritornello. Quasi una liberazione ritagliata sopra il bel girotondo musicale che crea la commistione tra ritmica e psichedelia, fino ad arrivare allo scambio synth-effetti da videogame-chitarra, dove ad un tratto non si riconosce più chi è chi e quale ruolo recita, a testimoniare forse l’avvenuta mutazione, oppure, pirandellianamente, la totale incapacità di distinguo tra i personaggi e la loro recita. Di qui alla fine abbiamo ancora ‘1/2 player game’, ‘game over’ e ‘rock’n’roll hall of fame’. Se la prima dei tre è costruita su uno scambio tra beep e un riff trascinante che si ripropone durante tutto il brano, la successiva parte con un grappolo di synth e si sviluppa in un crescendo elettronico che esplode in un ritornello compressissimo quasi da ‘popolo-dei-rave’ (chissà se hanno i Gazebo…e se amano Chopin). Chiude la sequenza la summa di tutto quello che abbiamo detto fin’ora. Ritmica ben impostata, elettronica tracimante e riffoni quasi ‘coatti’ per le litanie ispirate e volutamente ingenue della voce. Già la voce: sembra un David Bowie un po’ più strillone è – se possibile – più poseur…
Quindi cosa dire di più: iscrivetevi a Jamendo, scaricate il disco dei Pornophonique, e ascoltatelo. Avrete divertimento assicurato e contribuirete ad un progetto molto, molto interessante.

Detto questo: vorrei pubblicamente ringraziare una mia amica e collega, Elisa, che sta per raggiungere obiettivi importanti, e mi ha ricordato nel suo Blog. Mi dispiace non averlo notato subito. Ho provveduto ad inserire ‘Mucche a sfera‘ nei miei feed. E stai tranquilla, Elì, che se stai nei miei feed ti leggo, visto che sono addicted-to-rss…in bocca al lupo per i tuoi traguardi e partenze, e al futuro.

Niccolò Ammaniti – Ti prendo e ti porto via

11 febbraio, 2008

In generale non scrivo recensioni negative. Infatti le quattro ciance che metto insieme sono sensazioni personali, e non mi piace scrivere su cose che voglio rimuovere.

‘Ti prendo e ti porto via’ è una storia abbastanza appassionante che intreccia le vicende soprattutto di un adolescente con le gambe secche e storte, e di un latin lover appena attempato. Il luogo è un paesino sul mare della Toscana.

Il problema sta tutto nello scrittore. Non si può fare lo Stefano Benni se non si è Stefano Benni. Ischiano del Capo vuole essere una Sompazzo più noir, più cinica, priva delle fisarmoniche, dei fiotti di lambrusco e degli squarci sognanti e psichedelici che caratterizzano i racconti dell’altro.

Tante vicende vengono messe sul fuoco, risolvendone una appena, al termine della narrazione. Tante cose accadono senza un senso compiuto. Troppi personaggi sono caratterizzati male, e alcuni importanti caratterizzati troppo poco.

Mi ha lasciato molto amaro in bocca. Magari era proprio quello l’intento dell’autore.

A questo punto torno alla lettura de “I Guermantes”, da “Alla ricerca del tempo perduto”. Ho già perso troppo tempo.