Television – Marquee Moon (1977) [Ristampe]

6 ottobre, 2009

“Vi insegno io a suonare la chitarra…”
Forse Tom Verlaine all’epoca si rivolse così a tutti quelli che concepivano l’arte delle sei corde come una masturbazione continua e anorgasmica dello strumento…
I Television si sviluppano intorno allo strumento principe del rock, rivoluzionandone il concetto. Se 10 anni prima Barrett la aveva utilizzata per sconfinare nella psichedelia rumoristica, e Tony Iommy all’inizio dei ’70 di fatto stabilisce cosa significa “riff”, Verlaine invece utilizza la chitarra per dipingere figure in movimento che si muovono su uno scenario trateggiato dal suo comprimario. 8 pezzi, 8 rappresentazioni, per entrare nella storia della musica tra i musicisti “immaginifici” .
Si parte forte con “I see no evil” dove emerge l’anima più movimentata della band. Ma subito Venus, il secondo storico pezzo dell’LP chiarisce i ruoli. Frase malinconica di chitarra ripetuta fino alla nausea, sezione ritmica corposa e canto tra l’ingenuo e lo straniato. La ballata Guiding Light lascia affiorare lo parte triste e disillusa della band, mentre brani come Friction e Prove it si ricollegano all’atmosfera che permea il brano iniziale. Elevation è un ritratto simile a Venus, appena più freddo, appena più straniato. Chiude il disco Torn Curtain, lenta litania dove la disperazione di Verlaine viene fuori accompagnata da una chitarra che ricama, ma è come se ricamasse con un ago affilato direttamente sulla nostra pelle.
Il capolavoro del disco è la title-track. 9 minuti introdotti da una sottofondo chitarristico marziale, incessante, supportato da una sezione ritmica mai invadente ma sempre, inesorabilmente, pulsante. Noi siamo semplicemente spettatori di un artista che dipinge sopra questo sfondo. Da momenti più astratti (quasi concettuali) a parti figurate. E il ritornello che spesso giunge come una liberazione. Quello che non manca mai è il pulsare incessante della ritmica di sottofondo. Idea stra-imitata (2 esempi? gli ermetici Blonde Redhead in “Water”, gli intellettualoidi Baustelle in “La guerra è finita”…).
A mio avviso uno dei dischi da avere per capire tante cose: come si può essere grandi chitarristi della storia del rock senza aver mai fatto una videocassetta-seminario; come si può essere insieme musicisti rock e “pittori”; come si può costruire una delle copertine più significative della storia semplicemente rappresentando i componenti della band; come si possono visualizzare immagini stranianti e in movimento semplicemente ascoltando una canzone.

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Mondiali di Ciclismo – Mendrisio 2009 – I favoriti

26 settembre, 2009

Mentre sorridiamo per le belle imprese di Italbici in rosa (FYI: Guderzo da Marostica,1a e Cantele da Varese 3a, con il fenomeno del pedale femminile Marianne Vos a guardarle abbracciarsi, dal 2 gradino), sale altissima la tensione per l’appuntamento mondiale in linea dei pro’.

fonte immagine: www.mendrisio09.ch

Il percorso è molto duro. Una prima salita all’inizio del circuito, e un altro strappo sul finire, per arrivare ad un traguardo che anche questa volta premierà necessariamente un fuoriclasse.

I miei favoriti:

  • Come al solito l’Italia dovrà fare la corsa. La nostra superiorità rispetto al resto del gruppo è palese anche quest’anno: a noi gli oneri e gli onori di lavorare per ricucire, e di prendere l’iniziativa per evitare la vittoria di quello che è il mio favorito numero 1: Valverde.Il murciano arriva con la maglia amarillo di una Vuelta vinta ma non stra-dominata, nella quale è rimasto a secco di vittorie, e non abbiamo dubbi che vorrà aggiungere alla sua collezione di medaglie iridate (ne ha già tre: due argenti ed un bronzo), finalmente anche quella più preziosa. Se si arriva in volata, sarà quasi impossibile batterlo. Se parte un gruppetto, sarà difficile staccarlo. Ballerini dovrà inventarsi una tattica alla…Antequera per portare a casa il 4 (quarto, sono tre anni che il resto del mondo torna a casa con le briciole) mondiale di fila.
  • Abbiamo un favorito anche noi, in ogni caso. Damiano Cunego, da sempre criticato per ogni cosa che fa, quest’anno sembra fare davvero paura. Due tappe vinte bene alla Vuelta (per dire,l’anno scorso il futuro iridato Ballan ne vinse una sola. Per dire.), sono il biglietto da visita migliore per quello che sarà la nostra punta di diamante.
  • Fabian Cancellara è un ciclista delizioso. Splendido da guardare in bicicletta, imponente nei suoi 186cm per 80 kg, fantasioso e divertente nella sua condotta di gara marziale e sicura di sè. E stavolta gioca in casa. Già iridato contre-la-montre mercoledì, il Rapido di Berna potrebbe fare quello che in tanti hannoprovato a fare, andando ad aggiungere l’ennesimo trionfo ad un 2009 che gli ha già regalato molti abbracci delle miss. La testa c’è, bisognerà vedere se gli reggeranno le gambe. I suoi innegabili progressi in salita potrebbero non bastare su un percorso che sembra essere effettivamente troppo duro per i suoi mezzi. Lo stato di forma che sta attraversando lo pone di diritto a terzo favorito.

Da tenere d’occhio:

  • Sappiamo fin troppo bene che nel ciclismo è difficilissimo vincere da favoriti. Oltre i nomi descritti in precedenza, occorre a mio avviso tenere d’occhio una serie di corridori che fanno paura, anche se non troppo pubblicizzati, che sperano di ripetere l’impresa di un certo Alessandro Ballan. Primo fra tutti…Alessandro Ballan! Il veneto di Castelfranco, un mondiale alla chetichella (con una splendida azione di potenza, che in molti tra gli addetti ai lavori si aspettavano). La famosa maledizione della maglia iridata ha colpito anche lui, ma sarà in ogni caso uno da tener d’occhio, specie negli ultimi km. Potrebbero tentare una azione con lui una serie di ciclisti che potremmo chiamare “seconde punte”, ma che seconde punte non sono. Philippe Gilbert, Edvald Boasson Hagen, Samuel Sanchezsono dei ciclisti di prima grandezza, che potrebbero tentare il colpaccio. Il primo potrebbe tentare uno dei suoi famosi (ancorchè quasi mai vincenti) colpi da finisseur, il secondo, se avrà le gambe del giro, potrebbe vincere in qualsiasi maniera (volata, sparata, selezione dura, fuga, sul piano culturale, ecc…). Il terzo è sempre e comunque il campione olimpico, e di solito vive degli autunni magici, specie ora che è uscito dalla Vuelta seduto alla destra dell’embatido.
  • Andy Schleck, Oscar Freire, Alexandre Vinokourov sarebbero favoriti d’obbligo in qualsiasi corsa. Eppure quest’anno per diversi motivi saranno in gruppo, non dico meno temuti, ma non correranno con quell’alone di riverenza che si riserva ai giganti del pedale. Andyno il lussemburghese viene da una Vuelta anonima, da un tour corso in appoggio al fratello (che non sarà della partita). Se sarà corsa dura, sarà uno dei favoriti. Altrimenti ho paura che sarà un po’ impalpabile. Oscarito è da un po’ che non si vede in giro, specie alle premiazioni. Il percorso è un po’ duro per le sue gambe. Ma dicevamo così anche a Verona. Alexandre Vinokourov è notoriamente uno dei miei ciclisti preferiti. L’eroe kazako avrebbe dalla sua anche il percorso: duro e pieno di soluzioni per chi non manca di fantasia. Però è due anni che non corre. E non è poco.

Tutti gli altri, in ordine sparso:

  • La Spagna vanta, oltre ai già citati, un discreto Joaquim Rodriguezche potrebbe provare a sparigliare due-tre giri prima della conclusione. Così come una ipotetica grande coalizione (tanto per stare in tema) dei Paesi Bassi composta da Kim Kirchen, Nick Nuyens ed uno a scelta tra Gesink e Boom. I transalpini ripongono tutte le loro speranze in Pierrick Fedrigo che già qualche volta ha fatto piangere noi azzurri.
  • Per l’est europa un gruppetto formato da Karpets-Kasheckhin-Valjavec-Kreuziger potrebbe tentare di movimentare un po’ i giochi.
  • Per un ipotetico resto del mondo mi piace ricordare Rujano, che potrebbe fare qualcosa nella seconda metà della gara, gli australiani Evans e Rogers, e tre che non vinceranno mai ma meritano almeno una citazione: i giapponesi Beppu, Arashiro e Nishitani.

Gli Azzurri:

  • Non siamo fortissimi, dopo le defezioni di Bettini, Rebellin e Di Luca, ma siamo comunque i più forti. Oltre a Cunego e Ballan abbiamo il regista di gara Stefano Garzelli, che dovrà coordinare le fasi più complicate della corsa in un percorso vicino alle sue terre. Il gregario più forte del mondo Marzio Bruseghin, l’uomo di fiducia del CT Luca Paolini, il (al mondiale) faticatore Michele Scarponi. A questi metteremo vicino un terzetto di campioni che dovranno muoversi uno dopo l’altro per rompere le uova nel paniere a chi spera di addormentare la corsa. Giovanni Visconti non è solo un giovane di belle speranze: è uno che ha vissuto da protagonista le dure classiche estive nel territorio italiano. Filippo Pozzato è uno dei migliori ciclisti in circolazione. Pur se il percorso, per lui, appare eccessivamente selettivo, la sua figura sarà temuta e tenuta d’occhio in gruppo. Dovrà muoversi a qualche giro dalla fine e saranno dolori per tutti andarlo a riprendere. Ivan Basso è un campione. Ha vinto un giro d’Italia e avrebbe vinto molto altro. Quest’anno è entrato nella top 5 di due grandi giri. Se al penultimo giro partirà in progressione, saranno pochi quelli in grado di stargli dietro. Probabilmente non vincerà, ma sarà l’uomo più importante della nostra squadra. Se infatti a Stoccarda nel 2007 Bettini non avrebbe mai vinto senza l’aiuto di Davide Rebellin, quest’anno Damiano Cunego avrà bisogno delle gambe di Ivan Basso.

E per finire il pronostico quasi secco:

  • Ne ho elencati tanti, ne vincerà solo uno. 3 nomi: Cancellara, Valverde e Boasson Hagen. E alfuturo per capire quanto abbia senso fare pronostici nello sport più bello del mondo.

Compilation: AA.VV. – Haunted by Ghosts

25 settembre, 2009

Ho in arretrato una lunga serie di posts. Primo fra tutti quello sul mondiale di Mendrisio, che sarà l’evento del week-end.
In ogni caso è uscita la compilation della Ghost Records. Ovvero una delle più interessanti etichette italiane. Due nomi per capire il livello?
I Canadians e Dente.
Da dove si scarica? Da QUI.

Riflessioni PosTedesche #1 – Mittelrhein

10 settembre, 2009

Attenzione: post romantico e aulico. Manco l’avesse scritto Lodoletta.
Partendo da Colonia per arrivare a Monaco di Baviera, alcuni treni risalgono la valle del Reno.
È un’occasione straordinaria per veder scorrere davanti a se le immagini di un posto incredibile. Il treno si adagia sulla sponda sinistra del fiume, diretto verso il mezzogiorno. Passata Coblenza, ci si trova catapultati in un paesaggio totalmente fuori dal tempo.
Basse e ondulate collinette di qua e di la, ed in mezzo il grande fiume (forse il più europeo dei nostri corsi d’acqua), padrone assoluto della situazione. Lento, ma mai nè ieratico nè cerimonioso. Semmai portatore di slancio vitale. Una vena che è periferica nella conformazione fisica sia della Germania, sia di tanti altri paesi, ma che scorre in pieno ventre del nostro vecchio (vecchio?) continente. Le montagnole che si succedono sono basse, tappezzate di viti e altre colture. Di tanto in tanto sorgono paesi fatti di un pugno di case con chiesa e campanile in mezzo. Mura senza età si ergono come rocce dal terreno. Castelli occhieggiano sulle erte, ma il campo visivo, e l’atto stesso dell’osservare è confinato concettualmente dal fiume.
Un fiume, di solito, dice tante cose di se. Dall’espressione di un uomo spesso risaliamo alla sua età, al suo umore corrente e con un po’ di attenzione e speculazione alle sue peripezie passate e a i suoi progetti per il futuro. Ma il fiume non ha prospettive temporali: esiste già su tutto il suo percorso, caratterizzato da un verso e dalla direzione, che magari si è pazientemente ritagliato in tempi che per noi uomini non hanno senso. Mi piace pensare, guardando in faccia i corsi d’acqua, che si ritaglino modi di essere a seconda del posto. E se il Reno vive una splendida giovinezza nelle città della Svizzera e della Germania sud-ovest, prima di stagliarsi nella sua splendida maturità europea nella Westfalia  e nei Paesi Bassi, la valle senza tempo nella quale si inserisce mi appare come una specie di vacanza, di quelle con bicicletta e zainone, che il nostro si prende.
Rifiata, il Reno, prima di ricacciarsi nella mischia delle mille città che si trovano subito a nord. E dopo averlo solcato, distinto uomo maturo e prodigo di storia a Colonia, vederlo così, scalzo e spensierato in mezzo alle colline, è una immagine che difficilmente può lasciare indifferenti.

Divenere – IN/VERNO

15 ottobre, 2008
Divenere @ Alien Club il 17 ottobre

I Divenere sono, tra i gruppi emergenti italiani, uno dei più intelligenti. Il loro sound negli anni si sta evolvendo, e chissà dove potranno arrivare se continueranno ad essere così dinamici.
Il combo è schierato a 4, in una classica formazione voce-chitarra, chitarra, basso, batteria e suona un rock fatto innanzitutto di canzoni, ben composte ed incisive. Su questa struttura si inseriscono spesso digressioni elettroniche ricche di effetti ed atmosfera.
Senza avere punti di riferimento specifici, i principali termini di paragone per l’attuale sound dei Divenere sono gruppi come Editors, Interpol e, nei momenti più dilatati, gli ultimi lavori dei Verdena.
La formula dei brani è costituita da una ritmica fantasiosa ma diretta ed efficacie, e un intrecio tra le due chitarre ed il basso mutuato dalla migliore scena indipendente. La voce, eterea e peculiare, si inserisce su questo insieme come complemento, senza velleità di protagonismo.

Il disco, dunque, parte forte con “luce dal tuo blu”. Introdotto da un synth “ventoso”, si trasforma subito in una cavalcata dove litigano chitarra e voce, con un pianoforte che fa capolino inquietante. Il mood è quello delle grandi canzoni indie. Malato, asettico, sfocia nell’ inevitabile apertura melodica del ritornello: neo-psichedelia pura (ad un tratto, addirittura il coro sintetico che fa molto Arcade Fire), per partire alla grande.
La successiva “Stella Muore” è indie-rock da accademia. Schitarrata iniziale, ritmica chiusa con arpeggi spinosi, e voce lacerata, fino al ritornello disilluso (chessarà/domani). Gli arpeggi in crescendo del break si candidano ad accompagnamento ideale per crepuscoli sofferti nelle camerette dei giòvani alternativi.
Monochromatic butterfly è un po’ il loro tributo, ordinato e straniante, sia ai Joy Division (nella ritmica), sia al synth-pop. Su tutto e tutti una voce che sfodera una delle prove migliori di tutto l’album: gelida, distaccata, filtrata, prende il pezzo per mano e gli conferisce un piglio da grande canzone.
Probabilmente “Sweet time” è la migliore melodia del disco. Il gruppo trova la quadratura negli scambi iniziali: batteria aperta, arpeggi invadenti, linee vocali fatte di una nenia di vocali ripetute. Il ritornello liberatorio con la strofa ripetuta fino alla nausea suona efficacissimo. Per chi scrive, il brano migliore.
“Novembre” è un punto di svolta del disco. Presente nel repertorio della band fin dalle prime, timide, registrazioni, il brano ci regala due minuti abbondanti di atmosfera asfissiante, costruita su una spirale di synth e batteria terrorifica. Il tutto è completato dall’inquietante frammento: novembre-non-è-mai-stato-così-semplice, in equilibrio tra nonsense e malinconia, che chiude il cerchio in maniera davvero significativa.
La stessa elettronica ci introduce alla successiva “Sirena d’Inverno”. Nelle strofe si accavallano chitarre, voce sorniona e pianoforte che – pur restando sottofondo sottomesso – si rivela fondamentale. Il ritornello, introdotto da una sventagliata di chitarre, è un esempio lampante dell’arte del gruppo: batterira soffocante, chitarre distorte e pastose, voce affranta e disperata.
Difficile piazzare un altro brano dopo una simile lavata di capo. “Lost Song”, forse già dal titolo, si rivela più confusionaria. Dichiaratamente psichedelica (ricalca,a tratti, le atmosfere del secondo disco di Mellon Collie & the Infinite Sadness). Sembra però smarrire la consapevolezza che caratterizza i momenti migliori della band. Il riuscito ritornello sembra comunque presagire che una forma canzone del genere potrà in futuro portare a risultati migliori.
“Gas”, forse la più marziale, si inserisce in un filone situato nel crocevia tra Editors, Subsonica, e post-rock. Se le strofe suonano arrabbiate ed elettroniche, gli accordi dilatati del ritornello accompagnati da una voce roca conferiscono al tutto una sorta di inquietante liquidità.
Il minuto di voce thriller su un tappeto da ballad esotica di “Sere”, riprende il discorso di “Novembre” e funge da viatico ideale per l’uno-due finale.
Infatti “Solo noi-a” parte con un riff ai limiti del metal, e sfrutta il crescendo di tensione che si crea nelle strofe. La coda è il tentativo più audace di sconfinare nel progressive (chi ha detto Porcupine Tree?).
Chide il lotto “Silenzio=tragedia”, che è una sorta di “take-home-message” di tutto quello che abbiamo sentito finora. riff corposo, note taglienti di chitarra, piano percussivo, batteria ispirata ed efficace. Il tutto a costruire una atmosfera epica, inquietante e leggermente disperata.

Se esistesse una colonna sonora per lo spleen del nuovo millennio, probabilmente a comporla sarebbero i Divenere.

http://www.diveneremusic.com/
http://www.myspace.com/diveneremusic
http://www.myspace.com/divenerefanspace

Il video di “Stella Muore”:

Divenere @ Alien Club il 17 ottobre
Divenere @ Alien Club il 17 ottobre

Mondiale 2008 – Varese

28 settembre, 2008

Sono in mega-ritardo, ma voglio lo stesso lasciare due parole sull’evento. Oggi si conclude il mondiale in Italia, come ormai accade ogni 5-6 anni, con un percorso impegnativo, adatto a corridori completi.

Il percorso si snoda a Varese, e consiste nel ripetere un circuito 15 volte per un totale di circa 260 complicati km. La tattica regna sovrana, al mondiale, e le nazioni più forti organizzano sempre tranelli, particolari giochi di squadra, imboscate e sgambetti per risolvere la corsa in proprio favore. Da due anni a questa parte il proverbio è ‘Il mondiale è quella corsa su un circuito da ripetere tante vole e alla fine vince Bettini’. Personalmente credo che anche quest’anno potrà spuntarla un italiano: andiamo quindi a scorrere il solito elenco di nomi da tenere d’occhio:

All’inizio e durante la gara:

Abbiamo il movimento ciclistico più forte e i ciclisti più forti. Sicuramente Bosisio proverà ad infilarsi in qualche fuga, fin dalle prime tornate. Con lui ci sarà qualche ‘solito noto’: immagino un Mosquera, un Lang, un francese a caso, un Pidgorny, e tanti altri che avranno il copmito di dare un senso ai primi giri, importantissimi per far stancare i gregari, a seconda se si percorrano a tutta o ad andatura turistica.

Nei giri medio-finali:

Il nostro uomo è Damiano Cunego, uno che in ogni caso la sua classica prestigiosa quest’anno l’ha vinta. Se si infila in una fuga a 3-4 giri dal termine farà in ogni caso faticare le altre nazioni per riprenderlo. Con lui potrebbero esserci altri ottimi corridori, come Garate, JRodriguez e LLSanchez per la Spagna, Burghardt e Fothen per la Germania, Devolder e Nuyens per il Belgio, un Casar per la Francia, azzardo un Joachim per il Lussemburgo, un Kroon per l’Olanda.

Al penultimo giro:

Qui si inizierà a fare sul serio. Abbiamo un fuoriclasse che sarebbe capitano unico in tante altre nazionali: Ballan. Se Alessandro saprà muoversi bene (diciamo nella seconda metà della seconda salita, al penultimo giro), potrà avere due possibilità: o portare via un drappello e magari,sullo stile di Rebellin a Pechino, andarsi a giocare la vittoria con quelli, oppure, comunque, fuggire via e far sfiancare tutti quelli che non abbiano una maglia azzurra. Il veneto di Castelfranco in questo mondiale, più che mai, rappresenta l’uomo in più della nostra compagine. Insieme a lui si muoveranno pezzi grossi: secondo me Contador non aspetterà l’ultimo giro, così come Wegmann, Gilbert, Chavanel, Kreuziger, uno dei due Schleck (forse Frank), Karpets, Ljungqvist, Zabriskie, forse Zberg, Niemec, un Popovych in forma, il sempre presente Arvesen.

All’ultimo giro:

La penultima tornata avrà deciso la corsa: o in favore dei fuggitivi, o in favore delle squadre meno stanche, e tatticamente più scaltre. Qui si sfideranno, in un finale a metà tra Sergio Leone e Tarantino, tutti i più forti ciclisti in circolazione.

Noi abbiamo il più forte per questo tipo di corse, Bettini, che è il favorito numero 1 per oggi (pare, tra l’altro, che sia anche la sua ultima corsa, ma un ciclista che annuncia il ritiro è meno credibile di Robert Smith quando annuncia la fine dei Cure). Insieme a lui c’è l’atleta tecnicamente e tatticamente più completo della nostra squadra, quel Davide Rebellin già argento olimpico quest’anno, che avrebbe proprio intenzione di buscare la maglia. Spagnolismo d’obbligo, perchè tra gli iberici abbiamo Freire, Valverde e Samuel Sanchez che sono tra i migliori interpreti del ciclismo moderno, e che saranno difficilmente battibili in un percorso del genere. I tedeschi rispondono con Stefan Schumacher, uno in grado di vincere crono al tour e classiche primaverili, uno che se parte da solo è molto difficile da riprendere. Insieme a lui, per i crucchi, c’è sempre Zabel, che in un percorso di questa durezza potrebbe piazzare la zampata, e Ciolek, che quest’anno pare ci abbia preso gusto a vincere su terreni impegnativi. L’Australia deve cercare una corsa più leggera, perchè in caso di arrivo in volata ha Davis, McEwen (che difficilmente si esprime bene in percorsi così impegnativi, però), e Matthew Goss, che potrebbe stupire un po’ tutti. Al giro finale capiremo anche la condizione di Tom Boonen: se sta bene saarà un osso duro per tutti. Illussemburgo risponderà con gli Schleck, a meno che non siano già bruciati. Tra gli altri: Pfannberger per l’Austria, Kolobnev per la Russia, Soler per la Colombia.

Gli altri italiani:

Bruseghin sarà il solito instancabile trenino, che sarà fondamentale nel ‘picchiare’ sulle salite, specie nei giri centrali, così come Tonti(la convocazione più discussa). Tosatto e Paolini saranno indispensabili per la lettura della corsa e nelle trenate in discesa ed in pianura. L’ultimo potrebbe avere anche qualche velleità di fuga.

Il mio pronostico:

In sostanza mi aspetto una corsa dominata dalla nostra squadra, come fu lo scorso anno. Il vincitoreè una incognita, ma per me sarà uno tra Bettini, Rebellin, Ballan e Freire: il futuro per la verifica è molto prossimo.

Gallara – Gallara – 03

30 agosto, 2008

Scarica il disco.

Al ritorno dalla sosta estiva ci rituffiamo nell’universo di Jamendo.

Ricordo che il goal è quello di dare una festa completamente libera, dove quando si miscelano gli MP3 con Mixxx non dobbiamo redigere un alibi degno della Berlusconi-Schifani, e magari a fine festa possiamo pure distribuire un cd – o un supporto USB brulè – la musica che abbiamo diffuso, senza patemi d’animo e rimorsi di coscienza.

Ora: si è già commentato lo splendido lavoro dei Pornophonique, segnalato dal buon villamaina. Adesso ci apprestiamo a commentare una segnalazione di gloop, aka il riccetto: “I Gallara“.

Non conosco informazioni sulla bio del gruppo. Ho solo in mano questo prodotto – 3 pezzi 3.

A farla da padrone è sicuramente la cavalcata “I diafanoidi attaccano da Marte”. Quasi nove minuti di un frullato che mescola psichedelia, hard rock e lounge in un “cocktail micidiale” che arte con una manciata di accordi: un riff quasi accademico, sovrapposo ad una voce che fa molto telecronca anni ’70. Il riff – ingenuo – prosegue fungendo da fondamenta per le irrazionali sparate del resto del gruppo: siano esse sequenze “concrete” di effettistica, o di nuovo telecronaca, o ancora schitarrate gonfie di distorsione (più di un overdrive, ma meno di un metal zone), e gravide di wah-wah. Cavalca, il pezzo, come un cowboy al quale stiano fottendo la terra, interrotto da roventi e regolari squarci di hammond e cronaca. Un racconto della discesa di astronavi che si inserisce in pieno nel filone dei cartoni animati catastrofici. “A saucerful of secrets” ha insegnato tutto ai Gallara, visto che il brano, dopo l’impennata frenetica circa a metà, si risolve (un po’ come le righe del sodio in un reticolo di diffrazione), con un landscape epico fatto di hammond, chitarre distorte, e batterismo aperto e rassegnato. Chiude l’evento una sequenza rumorosa, quasi a suggellare l’avvenuto e totale omaggio ai primi Pink Floyd.

Gli altri brani sono anch’essi molto interessanti, ma sicuramente meno spettacolari.

“L’amantide” è un bell’entertainment costruito su un riff giocato tra basso batteria ed organo, che disegna spirali degne delle colonne sonore dei seventies, manco dovesse apparire da un momento all’altro un composto di capello crespo-occhiale-completo bianco scampanato e i SOCK-BAM-PUNCH sottolineati dai fiati. Gradevoli gli scambi tra chitarra e organo, supportati dai buoni effetti ritmici di sottofondo. Alla fine è un ottimo brano per accompagnare i vostri slide-show su Flickr.

“Il grande colpo dei 4 uomini d’oro” rivela – se ce ne fosse stato ancora il bisogno – l’anima più lounge e sound-track-friendly. I Gallara costruiscono un labirinto sonoro sghembo e povero di riferimenti. La progressione umida e colorata esplode in un PA-PA-PA, risposta psichedelica al PO-PO-PO, che dall’alto delle colline bolognesi (sbaglio, gloop?) appare come una versione lisergica dei Ricchi e Poveri (magari feat Ligabue, che pure ha fatto del PA-PA-PA uno dei suoi messaggi più incisivi).

Così, per chiudere, posso solo rinnovare l’invito a scaricare, visto che è gratuito e completamente legale, il disco dei Gallara, e aggiungere “I diafanoidi attaccano da Marte” alla vostra Jamendo-Compilation.

Fango

17 luglio, 2008
Ultimamente ‘ Fango’ è una parola che ricorre:

e oggi sta rimbalzando tra i tg e nella blogosfera.

Infatti Riccò, protagonista assoluto al tour è stato arrestato (!) perchè positivo ad un test antidoping. Sento già il rumore della tastiera di qualche editorialista che scriverà un bel corsivo sul genere ‘Un ciclismo malato’ e affini.

In realtà questo post riguarda un libro.

Qualche anno fa mi regalarono uno splendido romanzo, ‘Nel fango del Dio Pallone’, di Carlo Petrini (parentesi: se googlate vi uscirà fuori probabilmente un sacco di roba sull’omonimo fondatore di slow food), ex-calciatore molto popolare negli anni ’70. Qui potete vedere una sua intervista da parte dell’ottimo Diego Bianchi, aka Zoro.

Carlo Petrini, nella sua narrazione vera, veristica, spietata prima di tutto con se stesso, racconta la sua vita, come quella di un calciatore qualsiasi, piuttosto bravo, con una buona carriera. La cosa sorprendente è che non tralascia alcun particolare, e piano piano, andando avanti nelle pagine, si capisce quanto di spregevole c’è nel mondo del calcio, e di come i calciatori non ne siano protagonisti, bensì personaggi che recitano un ruolo complesso, con diverse sfaccettature anche conflittuali. Questo ‘ruolo’ è composto da alcuni tratti, non perfettamente distinti, ma più o meno distinguibili:

– Un po’ vittime: le iniezioni fatte prima della partita, con la stessa siringa infilata in 4-5 culi differenti. Cavie da laboratorio per sperimentazioni di presunti guaritori e santoni. Tutto questo al servizio della presenza in campo (anche qui un ruolo che sta tra la responsabilità di dover scendere in campo a causa delle proprie qualità, e il doversi far vedere dai tifosi);

– Un po’ eroi: da brivido il racconto di un giocatore che si sacrifica per provare la nuova sostanza e che quasi ci rimane secco. Ammirato per il gesto dai compagni di spogliatoio, ma sempre in silenzio. E qui veniamo al passo successivo;

– Un po’ mafiosi: ma non certo padrini, piuttosto ‘onesti’ mestieranti. Massima omertà: non si parla mai nè delle pratiche dopanti, nè delle frequenti combine tra squadre per un risultato tranquillo, nè del fatto che un giocatore si porti a letto la moglie di un altro. Massimo silenzio;

– Un po’ lussuriosi: le scopate, continue, con donne sempre pronte, promiscue, sono uno dei pochi argomenti di discussione durante i ritiri. Insieme alle macchine o all’ultima moda del momento (a metà anni ’70? le pistole). Pagine intere di avventure sessuali e di modelli di automobili, dalla prima alla fine degli anni ’60, quando Carlo giocava nel Milan;

– Un po’, anzi, in massima parte, bambini: si riesce a immaginare, scorrendo i capoversi, questo calciatore strappato all’infanzia da un allenatore che il primo giorno di allenamenti lo porta da una prostituta. Gli occhi spalancati di questo ragazzone (guardate la copertina) che vede arrivare soldi a palate, sesso a volontà, automobili, a patto di rispettare alcune regole e non chiaccherare.

Carlo Petrini è stato sicuramente un calciatore dallo spirito libero, ma sempre e comunque inserito come un ingranaggio in un sistema che non tollera intrusioni. Splendide le pagine di critica nei confronti del suo primo allenatore, nome (nume?), quello di Nereo Rocco, che difficilmente sentiamo criticare. E poi il girovagare (fatto raro, all’epoca) per le varie piazze d’Italia. Sembra di guardare un film nel quale cambia lo sfondo ma i protagonisti sono tutti uguali.

E poi, una volta delineato il personaggio, semplicemente tramite una cronaca dettagliata, le tragedie: trattato come la mela marcia ai tempi del calcio scommesse, e cacciato via da un sistema che lo ha creato, che dinamicamente lo ha usato ed ha restituito qualcosa (sesso e soldi), e che non ha esitato a scaricarlo al momento giusto.

Fin qui la recensione. Tralascio il seguito, che è umanamente importantissimo per Carlo, e straziante, e mortifero, ma credo di aver già scritto molto.

Tutto questo per dire cosa? Intanto per invitarvi a reperire informazioni non conformi.
E poi per esprimere la mia opinione.

Penso che il movimento ciclistico ultimamente qui in Italia abbia addosso meno pressioni del calcio. Ma credo che la situazione, a livello di maturazione dell’atleta, non sia troppo dissimile, almeno nei tratti distintivi, da quella descritta nel libro. Considero, nello specifico, Riccò come un prodotto del suo ambiente, che viene allontanato in questo momento come il marcio nero, quando in realtà probabilmente avrà tenuto una condotta simile a quella di tanti altri, che magari già oggi, o domani, o tra qualche anno, verranno scoperti e presi a calci nel (già martoriato da ore di sella) sedere.

Quello che non accetto è che i direttori sportivi (un po’ come i famosi dirigenti nel calcio) cadano perennemente dalle nuvole. Esistono baroni con decine di anni di esperienza nel mondo del ciclismo, e altrettanti corridori, guidati da loro, pizzicati positivi. E ogni volta è come la prima volta, quando dichiarazioneggiano parole dure di ‘condanna nei confronti di persone che hanno sbagliato’. Ma alle quali probabilmente è stato insegnato solo a sbagliare.

Alla fine domani c’è una nuova tappa:

“…c’è sempre un’altra stagione. Se perdi la finale di coppa in maggio puoi sempre aspettare il terzo turno in gennaio e che male c’è in questo?…..anzi è piuttosto confortante se ci pensi.” (Nick Hornby, da Fever Pitch)

Due cose

9 luglio, 2008

La prima: ancora che la gente dice che Dio non esiste. Da ragazzi, adolescenti, con una cassetta degli Smashing nelle orecchie, aspettavamo l’arrivo dell’estate per un solo motivo: acquistare il Cantante Corrirere dello Sport per poi portarcelo in posti tipo Autobus, Cesso, Negozio di dischi usati a Cipro, Zoppo e sprofondare nell’analisi del paginone con i movimenti di mercato, composto da:

<Squadra>

<Acquisti>
</Acquisti>
<Cessioni>
</Cessioni>
<Trattative>
</Trattative>

</Squadra>

e chissà che la fissa per l’XML non sia nata proprio da lì. Il link è questo:
http://sport.kataweb.it/calciomercato/A/

La seconda cosa è che vorrei condividere col mondo intero è uno splendido frammento che ho letto oggi nel romanzo corrente:

Lei […] aveva deciso di piantarlo.

“Perchè?” le aveva chiesto Felisìn.
“Non lo so…Credo che con te non troverò mai la sicurezza di cui una donna ha bisogno.”

L’anno successivo si era sposata con un fabbricante di porte blindate.

Tour de France 2008 – I favoriti

6 luglio, 2008

Sono in ritardo.
Edizione tecnicamente pessima, questa del tour. Non solo: neanche gli abbuoni (per i neofiti: di solito al vincitore della tappa si scalano alcuni secondi in classifica generale. Ad esempio: 20″ al primo, 12″ al secondo, 8″ al terzo) per la tappa. Insomma, chi ha preso la maglia ieri rischia di tenerla almeno fino a martedì. Ed un povero velocista che aspetta la prima settimana per vestire la maglia gialla si dovrà ‘accontentare’ solo della tappa.

Ma veniamo al dunque. Chi terremo d’occhio in questo Tour?

  • Per la generale: Sicuramente Denis Menchov che ha già effettuato il miglior allenamento possibile (venire al giro d’Italia, dove tra l’altro ha figurato molto bene) e Cadel Evans, regolarista da anni, che diventa sempre più arcigno in salita senza però aver ceduto a crono. Poi Andy Schleck è chiamato a riconfermare le strepitose potenzialità che ha lasciato intravvedere nel 2007 al Giro d’Italia ed al Lombardia. Cunego e Riccò, più il primo che il secondo, saranno chiamati ad una prova almeno convincente, e credo che riusciranno a conquistare un posto nei 10. Poi c’è Valverde, che è partito forte con tappa e maglia, ma è tutto da verificare sulle 3 settimane. Quest’anno ha gia vinto una Liegi, e qui in Francia corre anche con l’handicap delle ombre sul suo passato. Personalmente spero in una grande prova di Yaroslav Popovych, che probabilmente avrà dei compiti di gregariato, ma che anche in questo contesto potrebbe piazzarsi nei 10. Potremo avere delle sorpese da Roman Kreuziger e da Vincenzo Nibali, e magari assistere ad una grande prova del grande Devolder.
  • Per le tappe: Fabian Cancellara, cercherà di far emergere la sua straordinaria classe e potenza ogni qualvolta sente la gamba buona, così come il fortissimo Stefan Schumacher. Poi ci sono i velocisti: Cavendish, che abbiamo già visto al Giro, Hushovd, ormai un classico, insieme a McEwen che al giro è rimasto a secco, Freire una zampata la piazzerà sicuramente, così come probabilmente il forte australiano Stuart O’Grady. Steegmans orfano del capitano potrà dimostrare grandi cose, senza dimenticare l’eterno Zabel, il delfino Ciolek, ed il redivivo Murilo Fischer.
  • Sorprese varie: infine qualche nome da tenere d’occhio nel gruppo, per qualche sparata, per le fughe, o per semplice simpatia. Hoste tenterà qualcosa nei finali movimentati o nelle fughe, così come Arvesen, Samuel Sanchez, Pereiro Sio, Hincapie, Pozzato, Flecha, Moncoutie, Backstedt, Millar; Frank Schleck potrebbe fare classifica e vincere una tappa, così come Kirchen e Sastre. Poi ci sono gli addicted_to_GPM, che scatterano su qualsiasi cavalcavia: Voeckler, Piepoli, Marzano, forse Carrara (anche se potrebbe puntare a qualcosa in più), Dessel, Moreau, Weening, Pineau.

Ma quindi per me chi vince? Al 6 luglio 2006 dico Andy Schleck. Al futuro per la verifica.